‘Se ti abbraccio non aver paura’: intervista all’autore Fulvio Ervas

Una storia vera che diventa romanzo, un viaggio nelle Americhe per sperimentare una terapia diversa per combattere l’autismo: inseguire un sogno di libertà

di Graziano Rossi
su Twitter @grazianorossi

Se-ti-abbraccio-non-aver-pauraPubblicato esattamente un anno fa dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos e premiato come ‘Libro dell’anno 2012’ dalla trasmissione di RadioTre Fahrenheit, ‘Se ti abbraccio non aver paura‘ è la storia di Franco e di suo figlio Andrea, 17enne autistico, e del loro viaggio da Miami al Brasile passando per l’America Centrale, il tutto a bordo di una Harley Davidson. Migliaia di chilometri trasformati in romanzo da Fulvio Ervas, che ha parlato con noi del suo libro e di come la sensibilizzazione nei confronti dell’autismo debba essere più forte.

Una chiacchierata lunga un anno: tanto è servito a lei e a Franco Antonello per mettere insieme i pezzi del puzzle di “Se ti abbraccio non aver paura”. Quegli stessi pezzi, ma di carta, che il giovane Andrea, figlio di Franco, sparge in tutte le zone dell’America visitate insieme al padre. Cos’ha pensato quando le è stato proposto di raccontare questa storia?
Ho pensato: ho un sacco di cose da fare. Stavo scrivendo un altro romanzo. Ma ho anche pensato: ecco una bella esperienza umana, vissuta da un padre che non crede che la vita sia un buco con la ‘sfiga’ attorno, ma che pur nelle difficoltà non si piange addosso e prova a cambiare qualcosa all’interno del suo orizzonte. Un uomo che ha coscienza delle difficoltà  insite nel vivere, ma che concepisce la vita come un’opportunità e non come una tragedia. Io non so scrivere cose tragiche, e per me la vita non è una faccenda tragica. Ho pensato: posso provare a raccontare un sorriso lieve.

Fulvio Ervas (immagine gentilmente concessa dalla casa editrice  Marcos y Marcos)

Fulvio Ervas (immagine gentilmente concessa dalla casa editrice Marcos y Marcos)

Racconto, sogni e romanzo nel suo libro diventano, pagina dopo pagina, sempre più legati tra loro, come se, arrivati alla fine, Andrea possa ‘liberarsi’ della sua malattia. Il viaggio in America da Miami al Brasile ci riconsegna una storia completamente on the road che, trasformata in romanzo, nel panorama della narrativa italiana sembrava un po’ essersi persa. Quello che hanno fatto Franco e Andrea potrebbe essere definita una ‘impresa eroica’?
Certo, il lettore può percepire questo lungo viaggio come un’impresa, con tratti di sfida, coraggio. Forse eroismo. Dipende dall’identificazione empatica di un lettore sensibile con la vicenda narrata. Ma il viaggio vero, quello compiuto da due persone in carne e ossa, è  una lunga corsa dentro alla libertà. Una libertà non tanto dall’autismo, (in larga misura impossibile) ma dai vincoli, dalle consuetudini, dalla tristezza dei luoghi chiusi, dalla quotidianità resa troppo densa dal nostro stesso ritmo di vita, dalla medicalizzazione onnipresente. Una dose omeopatica di libertà, per trovare slancio.

Il suo romanzo è stato premiato come ‘Libro dell’anno 2012’ dalla trasmissione radiofonica Fahreneit (RadioTre) ed è diventato un caso letterario. La storia di Franco e Andrea che lei è riuscito a raccontare così bene, può sensibilizzare davvero le persone su una malattia ancora oggi difficile da comprendere come l’autismo?
A me pare che sia stato un libro che ha aiutato a spostare un po’ di riflettori sul tema dell’autismo, l’ha fatto diventare (grazie anche al fatto che i media hanno ripreso, per un largo pubblico, la storia di  Franco e Andrea) un termine  più sentito, più letto e, forse, più cliccato. Quindi, statisticamente, più ‘popolare’. Abbiamo creato una scia, raccontando non un ‘autistico ad alto rendimento’, come nel film Rain Man, ma un ragazzo come tanti, complicato e vitale. Seguendo questa scia molto altro può essere raccontato (e mi pare si stia facendo). Questo potrebbe aver aiutato le famiglie che affrontano l’autismo, quotidianamente, a sentire meno distanza. Ma la battaglia per comprendere i meccanismi dell’autismo è solo agli inizi e chiama in campo le istituzioni e la ricerca medica. E la battaglia per alleggerire il carico di queste famiglie chiama in campo tutti, è un indicatore di civiltà vera.

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