La mafia a Roma, un’economia alternativa fondata sull’illegalità

Dal 26 al 29 novembre si è svolta a Roma “Lazio senza mafie”, manifestazione organizzata per sensibilizzare i cittadini sulla forte presenza della criminalità organizzata nella Capitale e nel Lazio

di Andrea Pulcini

mamma_mafiaSpiegare e sviscerare il fenomeno mafioso e come la criminalità organizzata si radica nei territori. Dal 26 al 29 novembre scorso scuole, aule universitarie e luoghi storici di Roma hanno ospitato “Lazio senza mafie“, una quattro giorni organizzata dalla Regione Lazio attraverso il suo Osservatorio sulla Sicurezza e la Legalità.

In questo contesto è perfettamente inserita la presentazione di “Mammamafia. Il welfare lo pagano le mafie” (Terrelibere edizioni/Associazione daSud), inchiesta a più mani curata dal giornalista Danilo Chirico dell’Associazione antimafie DaSud. Oltre a Chirico erano presenti Marta Bonafoni, membro della commissione alle Politiche Sociali nonché del Consiglio Regionale del Lazio, Giuseppe Casciani, componente del Dipartimento Distrettuale Antimafia di Roma, Rita Visini, Assessore per le Politiche Sociali della Regione Lazio e Baldassarre Favara, Presidente della Commissione Sicurezza e membro del Consiglio Regionale del Lazio.

Il primo punto toccato durante l’incontro è quello che riguarda lo spazio temporale: Casciani ha sottolineato che il Lazio da 60 anni è soggetto al dominio delle mafie ma che solo dal 1991 è certificata una ramificata presenza delle mafie nella regione, grazie alla relazione della commissione parlamentare antimafia guidata da Gerardo Chiaromonte. Non solo: la rappresentazione iconografica del mondo mafia ha, da un lato creato uno spirito anti-mafia e una coscienza sociale sul tema, ma ci ha consegnato anche un immagine della mafia molto lontana da quella che è in realtà. Perché la mafia non è solo ed esclusivamente quell’organizzazione che ammazza e sequestra gente. Sarebbe più giusto analizzare e descrivere la mafia come un virus. La definizione di mafia la fornisce l’Art. 416-bis del codice penale quando parla di associazione di tipo mafioso. Il medesimo articolo ci aiuta a distinguerla dall’associazione a delinquere.

Favara ha invece narrato l’evoluzione del fenomeno mafioso a Roma, che dopo aver visto la Capitale prima nelle mani dei clan dei marsigliesi e poi in quelle della banda della Magliana, si credeva estinto. Il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine è limitato alle zone da controllare e dal personale impiegato: se si pensa che per un qualsivoglia quartiere di Roma, la cui popolazione stimata è di 400mila persone, agiscono solo12-13 agenti., è molto complesso avere un controllo ottimale del territorio

Mentre in Sicilia e in Calabria è ancora in vigore il legame di sangue, ed è quindi possibile tracciare un “albero genealogico” della mafia, in altri posti non c’è un capo ben definito ed è quindi difficile individuare un vero e proprio boss. Un altro grave problema è che mentre durante gli “Anni di piombo” la mafia usava come mezzo per esternare la sua forza i sequestri, adesso si è evoluta ed il traffico di droga è diventato il vero termometro della forza di una mafia.

Per spiegare meglio il fenomeno, si potrebbe riassumerlo in 3 punti fondamentali:

  • le Mafie si adattano al territorio;
  • essa trova coltura nel territorio che decide di insediare;
  • è indistinta e ramificata secondo uno schema verticale.
Un momento dell'incontro (foto di Andrea Pulcini)

Un momento dell’incontro (foto di Andrea Pulcini)

Un esempio tipico di fenomeno mafioso riguarda le diverse modalità dello spaccio di droga nelle varie zone della città. Facendo l’esempio di Roma è scontato trovare uno spacciatore in una zona periferica, mentre lo spaccio in centro avviene in modo più “raffinato”, magari all’interno di un appartamento. Perché, come sostiene Favarala mafia è un virus che si alimenta di illegalità e che punta a creare un Welfare parallelo, fondato sull’illegalità”.

Il membro della DDA di Roma espone un caso il cui risvolto giudiziario è noto a tutti, quello del racket delle pizzerie, dove i locali commerciali venivano sequestrati in quanto i dipendenti lavoravano in nero, l’allaccio della corrente era rubato ad altre persone, e grazie ad un doppio registratore di cassa, negli scontrini era presente una partita iva di una società con sede all’estero. Il vero problema di questi sequestri è che ripartire per chi mantiene la gestione del locale è quasi impossibile, controlli della finanza due volte a settimana, l’aumento delle spese dovute agli oneri regolari da pagare, con ciò, la proprietà è costretta a chiudere. Il che ci spinge a chiedersi, perché non farli prima questi controlli? Ma il vero problema è nel dover giocare questa guerra non ad armi pari, perché se così fosse la mafia non avrebbe modo di insinuarsi nella società.

Rita Visini ha invece sottolineato che per comprendere il fenomeno mafia bisogna viverlo in prima persona. A questo proposito ha raccontato la storia di una gang del beneventano che si è insinuata ed ha “contaminato” la sua città natale, Terracina.
Dopo un convegno del 2008 i giovani della sua associazione, la “Vittorio Bachelet” di Latina, si siano impegnati nel creare coscienza civica contro la mafia nei loro licei. Secondo l’Assessore per le Politiche Sociali della Regione Lazio  la mafia si insinua e resta chiusa nello spazio lasciato vuoto e libero dalle Istituzioni. Il che stride con l’Art. 3 della Costituzione, nel quale si legge che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.

L’importanza di eventi come questo consiste nel fatto che essi aiutano a sensibilizzare l’opinione pubblica verso questi temi, che noi crediamo dimenticati, ed aiuta soprattutto i giovani in quanto crea in loro una cultura anti-mafia che gli tornerà utile nel loro futuro in quanto sapendo con quali armi esse giocano sono in grado di difendersi e contrastarle.

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