Il Pakistan non si arrenderà

Il Pakistan è cambiato, dopo l’attentato talebano nella scuola militare di Peshawar. Nell’intervista al giornalista pakistano Amer Farooq, le reazioni in un Paese segnato dal dolore e determinato a fermare il terrorismo

di Elisa Di Benedetto

attentato Pakistan“Non ci arrenderemo. Stiamo combattendo insieme al resto del mondo per sconfiggere il terrorismo e vinceremo, prima o poi”. E’ un Pakistan più unito e determinato quello uscito dall’attentato commesso il 16 dicembre da un gruppo di Talebani in una scuola militare di Peshawar. Accanto al dolore e alla rabbia di fronte alle oltre 140 vittime, di cui 132 bambini, il Paese ha reagito riscoprendo lo spirito di unità nazionale, come spiega il giornalista Amer Farooq, senior editor del mensile pakistano Shifa News International.

Come ha reagito la popolazione di fronte a un attentato senza precedenti?

Questo attentato ha sorpreso l’intera nazione, non solo per il dolore e lo shock, ma anche per il modo in cui la popolazione li ha affrontati. Il Pakistan è diventato obiettivo di attacchi terroristici da quando ha deciso di sostenere la lotta al terrorismo condotta dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Gli attentati suicidi contro bersagli pubblici, religiosi, legati al governo e alla difesa sono diventati routine e il Pakistan ha perso oltre 7000 preziose vite civili e militari in questa guerra.

Ma non si era mai vista tanta violenza come in questo attentato contro bambini e ragazzi disarmati e innocenti. Fortunatamente, il dolore e lo shock iniziali si sono trasformati presto nell’esigenza di porre fine una volta per tutte al problema del terrorismo. Ha inoltre innescato un’ondata di profonda compassione per le vittime innocenti e per le loro famiglie: la gente ha cominciato a lodare gli eroi e i martiri – gli insegnanti, il direttore della scuola e le forze speciali dell’SSG-Special Services Group, che hanno ucciso i terroristi – abbiamo assistito a veglie in tutto il Paese e a lunghe file di donatori di sangue non solo a Peshawar, ma anche in città a centinaia di miglia di distanza.

Tra gli sviluppi più significativi, c’è stata la richiesta di porre fine alle differenze e ai contrasti politici, immediatamente accolta anche dai leader dell’opposizione. Di fronte alla pressione pubblica, gli apologeti talebani che giustificavano le proprie azioni sono stati costretti al silenzio, altri si sono scusati pubblicamente per non aver condannato l’attentato. Da parte della società civile, non ci sarà alcuna tolleranza per chiunque provi a confondere le masse o presti il fianco all’ideologia e agli ideali terroristi.

La gente cosa chiede al governo pakistano?

I pakistani stanno chiedendo molto chiaramente di porre fine al terrorismo in Pakistan, una volta per tutte. Sono scioccati, ma non spaventati: sono più determinati di prima nella risposta agli attacchi. L’intera nazione non ha dubbi sul fatto che si tratti della nostra guerra e dobbiamo non solo combatterla ma anche vincerla. Tutto ciò che vogliono è che il governo sia risoluto nella sua posizione contro il terrorismo e non abbia esitazioni né ora né in futuro.

Cos’è cambiato dopo il 16 dicembre?Pakistan, Amer Farooq

Ho notato un cambiamento che ricordo di aver visto solo da bambino. Negli ultimi 20 anni ho incontrato un numero sempre maggiore di giovani senza alcun sentimento nazionale, che si lamentano dei problemi della società, della corruzione, della mancanza di opportunità, ecc. Questa enorme tragedia ha risvegliato la nazione pakistana. Tutti sembrano determinati, nessuno parla più di differenze. L’unità viene enfatizzata non solo dal governo, ma anche dalla gente comune – per strada, sui mezzi pubblici, nei mercati – e sempre più pakistani parlano di terrorismo e prendono posizione a favore dell’unità.

L’attentato ha risvegliato l’attenzione del mondo verso il Pakistan e il problema del terrorismo dei Talebani. Pensi che questo cambierà l’atteggiamento dei governi occidentali?

C’è la sensazione che questo attacco più di ogni altro spingerà i governi occidentali ad adottare misure più rigide verso i pakistani, e che l’Occidente non abbia compreso il sentimento anti-terrorismo e anti-Talebani che prevale tra la popolazione pakistana. I pakistani pensano che il loro ruolo nella lotta al terrorismo, che forse supera ogni altra nazione in termini di sacrifici, non sia stato sufficientemente apprezzato e riconosciuto. Personalmente, penso che il mondo abbia dimostrato compassione verso il Pakistan e verso le vittime, ma dovrebbe intervenire maggiormente nell’aiutare il Paese contro il terrorismo. I militari americani in Afghanistan dovrebbero collaborare con l’esercito pakistano per impedire infiltrazioni terroristiche dall’Afghanistan, che non deve diventare un porto sicuro per i terroristi che fuggono attraverso il lungo e “poroso” confine tra i due Paesi.

L’attentato del 16 dicembre è stato definito l’ “11 settembre del Pakistan”.

E’ così, non solo perché l’11 settembre è diventato sinonimo per gli attentati terroristici più violenti e sanguinosi, ma anche perché sembra aver unito il Paese contro il terrorismo come non era mai successo prima, nonostante la maggior parte degli episodi che hanno interessato il Pakistan negli ultimi dieci anni non sia stata meno violenta.

Il Pakistan è uno dei Paesi più rischiosi per i giornalisti. Quali sono le conseguenze di questo attentato?

Come l’intera nazione si è unita ed è decisa a combattere il terrorismo, anche i giornalisti pakistani sono determinati a compiere il proprio dovere nonostante i rischi, senza permettere al timore e alle minacce di ostacolarli. In molti sono stati minacciati dai terroristi che li hanno avvicinati perché dessero spazio anche alle loro motivazioni. Di fronte al risentimento della nazione, alla compassione verso i bambini innocenti e le loro famiglie, all’intenzione della gente comune e delle istituzioni di farla pagare ai colpevoli, i terroristi volevano dire la loro. Alla risposta negativa dei giornalisti, hanno reagito con minacce atroci, che non impediranno però di continuare a coprire l’evento e le sue conseguenze. Dopo questo attentato ci troviamo di fronte a un Pakistan notevolmente cambiato.

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