Essere scrittori oggi: intervista a Paolo Di Paolo

Scrittore e critico letterario, Paolo Di Paolo, a soli 31 anni, ha già un curriculum da fare invidia. Ma cosa significa oggi essere scrittori? Ce lo spiega l’autore, che si racconta attraverso le sue opere e ci dà un’anteprima del suo prossimo lavoro

di Giulia Ciarapica

Mandami-Tanta-Vita-Paolo-Di-PaoloClasse 1983, scrittore, critico letterario, Paolo Di Paolo è un giovane autore romano che, con una laurea in Lettere e un Dottorato di ricerca in Studi di storia letteraria e linguistica italiana all’Università degli Studi di RomaTre, ha avviato la sua carriera molto presto. Già nel 2003 è stato fra i cinque finalisti nazionali del Premio Campiello Giovani e nel 2004 esordisce con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empiria, 2004).

Che Di Paolo abbia un notevole successo è dovuto anche ad un tipo di scrittura semplice ed immediata nella forma, ma decisamente ricca nei contenuti. Giulia Alberico, infatti,  nella prefazione a Scrivere è un gioco di prestigio. Conversazione con Paolo Di Paolo (Stefano Giovinazzo, Edizioni della Sera, 2010) ha sostenuto che Di Paolo scrive con la stessa leggerezza con cui respira.

Paolo, come vivi il rapporto con la scrittura? Si tratta davvero di un processo così immediato e naturale, come sostiene la Alberico?
In realtà la naturalezza non è qualcosa di semplice da conquistare. Si tratta di un lavoro faticoso, specie per quanto riguarda l’ambito della narrativa. La parola non viene giù di getto, anzi. Come una volta disse La Capria, il risultato a cui dovrebbe mirare uno scrittore è quello di un’anatra che si vede galleggiare sul pelo dell’acqua, la vedi muoversi con grande leggerezza ed eleganza, ma non riesci a notare il lavorio delle zampette che sta sotto, e che invece è vorticoso ed affaticato.

Partiamo dalla tua ultima pubblicazione, La mucca volante (Bompiani, 2014). Si tratta di una favola per bambini che tu stesso hai definito il tuo “vero primo libro”. Perché?
Perché questo libro viene da molto lontano. È stato come recuperare qualcosa che già da bambino sapevo che prima o poi avrei scritto. Per fedeltà a quel bambino che a otto anni la immaginava, ho voluto raccontare la storia di questa mucca che vidi davanti alla scuola e che poi improvvisamente scomparve. È stato molto naturale effettivamente, perché si è trattato di un ritornare, come dico nella postfazione, alle origini di un’ispirazione, forse addirittura di una vocazione.

Di tono completamente diverso è invece il libro con cui hai vinto il Premio Mondello, il Superpremio Vittorini e con cui sei arrivato finalista al Premio Zocca Giovani, Dove eravate tutti (Feltrinelli, 2011). Nel romanzo descrivi il declino civile di un Paese, dove i giovani sono costretti ad affrontare l’assenza dei loro padri e a fare i conti con il loro silenzio. Questo aspetto emerge anche in Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era (Rizzoli, 2014), dove dichiari che coloro che hanno rappresentato una guida sono quelli che oggi potremmo considerare “nonni”, mentre i “padri” sembrano figure dai contorni blandi.

È tutt’ora così? I giovani, secondo te, possono ancora scovare qualche figura-guida che indichi loro la strada da seguire?
È difficilissimo oggi trovare delle persone disposte ad attuare un magistero. La generazione di mezzo, praticamente quella dei nostri genitori, si è trovata ad affrontare le stagioni della contestazione tra gli anni ’60 e ’70, uniti, al tempo, contro le istituzioni, contro il potere, mentre oggi ne fanno parte nel modo più negativo possibile, cioè semplicemente come consolidamento di un privilegio.
Nella maggior parte dei casi si tratta di persone poco generose di offrire esperienza, una generazione che, sostanzialmente, non si è offerta neanche a un’autocritica.
I nonni, invece, che pure hanno le loro responsabilità e che hanno sfiorato almeno una delle due guerre, quantomeno insegnano qualcosa, ed è il talento per la speranza, come dico in Dove eravate tutti.

A proposito di giovani e di speranze, anche Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013, finalista Premio Strega), di cui abbiamo parlato poco tempo fa su Ghigliottina.it, ha come protagonisti due ventiquattrenni: Moraldo e Piero Gobetti. Come mai hai scelto proprio Gobetti, questo personaggio storico poco conosciuto al grande pubblico?
Gobetti ha le sue fragilità, ma cerca di superarle e cerca di farlo in un tempo molto più ostile di quello che stiamo vivendo. Mi sembrava interessante espormi alla quasi luminescenza di quella parabola che, per quanto drammatica, dimostra che quasi tutto è una questione di volontà. Scegliere un personaggio poco conosciuto sarebbe potuto essere perfino un vantaggio, perché se si fa un romanzo storico su una persona molto nota, il lettore ha già un’idea del personaggio. A me, invece, piaceva l’idea che i lettori non sapessero bene chi fosse Gobetti, per potersi approcciare al testo senza sovrastrutture e seguire la storia di due giovani, uno diverso dall’altro ed in qualche modo speculari, perché dove non arriva Moraldo arriva Piero, e dove non arriva Piero arriva Moraldo. Due modi di vivere la giovinezza.

Dopo aver sperimentato diversi generi, hai ora qualche progetto da rivelarci? Magari un lavoro che riguardi il rapporto tra Indro Montanelli e qualche grande personaggio della storia del giornalismo o della letteratura?
Vorrei abbandonare per un po’ il filone storico e “montanelliano”, e avvicinarmi per la prima volta, con ansia e azzardo, a quella che sembra la cosa più facile da scrivere per un autore, mentre invece è la più difficile: una storia d’amore. Il nuovo romanzo, che uscirà nell’autunno del 2015, tratterà proprio di una storia d’amore: ciò comporta naturalmente, per evitare tutti i rischi di qualunque risultato sentimentale, un grande sforzo di originalità.

Questa è la nuova sfida.

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