Yemen, lo Stato fallito

Lo scontro tribale, le rivendicazioni religiose e territoriali: l’inizio del nuovo anno ha fatto sprofondare la già fortemente precaria situazione socio-politica nello Yemen. Con i potenti del Mondo alle spalle, il Paese sta cadendo nel vuoto statale

di Martina Martelloni

YemenLa ricostruzione cronologica che ha condotto al caos puro ed incontrollato lo Yemen, Paese definito “porta d’accesso per l’Arabia”, ha avuto inizio il 25 settembre 2014. In una sola giornata, i ribelli Houti sferrarono un duro colpo alla capitale Sana’a dando inizio ad una escalation di eventi critici per il sistema politico yemenita.

Il 22 gennaio 2015 il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur Hadi e il governo alla guida di Khaled Bahah, uscirono dal palazzo del potere centrale in veste di sconfitti e vinti dalle forti pressioni degli Houti. Due giorni dopo, in tutto il Paese ebbero manifestazioni di strada contro la presa di posizione dei ribelli golpisti. Il passo successivo è stato la liberazione di Ahmed Awad bin Mubarak, esponente del governo dimesso di Hadi, incarcerato proprio per volere della prima carica statale, un gesto e decisione determinante per l’avvio delle violenze devastanti nel nord dello Yemen.

Nella prima settimana di febbraio, l’atto decisivo prende forma con la presa in possesso del Paese da parte dei ribelli Houti, conseguenza questa dello sciogliersi del Parlamento yemenita. Il prossimo obiettivo annunciato dal loro leader Abdel Malek al Houti, sarà la stesura di una dichiarazione costituzionale con il coinvolgimento di tutte le forze politiche già convocate per i vari colloqui interni.

Chi sono questi ribelli Houti? Comprendere come nasce il disagio sociale all’interno della porta d’Arabia, mette in luce la principale e fondamentale caratteristica naturale del Paese. Lo Yemen è caratterizzato da una marcata tribalità di partito, in quanto la persistenza delle strutture clanico- tribali continua a condizionare da sempre la vita politica causando l’annoso conflitto tra potere e forze locali.

Tribalismo come origine del tutto e assenza di un reale Stato forte ed accentratore: ecco da dove nasce la crisi yemenita. La storica divisione del territorio, caratterizzato da due anime distinte, quella di Sana’a nel Nord tradizionalista e quella di Aden nel Sud affacciato su un Golfo strategicamente attraente è ingrediente basilare del fallimento politico odierno. La mai trovata stabilità e pace interna risale all’unificazione tra le due compagini territoriali, avvenuta nel 1990 .

YemenDa 25 anni nello Yemen, sono le tribù a lottare, sono le tribù a scontrarsi, sono le tribù a contendersi pezzi di terra e sono sempre loro ad incidere sulle politiche centrali. Nessun governo, nessun leader è in grado di poter frenare la potenza motrice del sistema tribale yemenita.

Gli Houti appartengono a quel sistema. Essenza caratterizzante di questo gruppo ribelle, è la fede religiosa in netta minoranza rispetto al resto della popolazione yemenita. Gli Houti professano lo zaidismo, una delle varianti dello sciismo con differenze da quest’ultimo in quanto dottrinalmente molto vicino al sunnismo. Religione, dunque, ancora motivo di affronto umano tra gente di uno stesso Paese, che condivide il medesimo scorrere degli eventi e delle decisioni politiche.

A far da contorno a questa dicotomia tra sunnismo e sciismo, si sfregano le mani i potenti dell’area geopolitica in questione. L’ingerenza delle grandi potenze e di attori regionali come Arabia Saudita ed Iran è tra le primarie cause della precarietà politica yemenita. L’Iran dal 2011 fornisce armi, soldi e addestramenti militari ai ribelli zaiditi, questo chiarisce il perché della soddisfazione di Teheran alla presa di potere della capitale e del Parlamento da parte degli houti. L’ex presidente Hadi, rappresentava una marionetta nelle mani di Riyadh ma anche degli Stati Uniti, ed ora con la morte del sovrano saudita Abdullah, la crisi nello Yemen è divenuta priorità assoluta per il successore Salman.

La paura più grande è che il prossimo scenario sia disegnato dalla scissione del Sud. Quel Sud che non ha mai digerito completamente l’unificazione con il Nord del Paese in quel 1990.

Attualmente la comunità internazionale è intervenuta con brevi accenni e dichiarazioni di ripresa del dialogo. Le Nazioni Unite hanno spedito in missione il loro inviato Jamal Benomar con un intento mediatico per i colloqui tra le diverse fazioni politiche mentre il massimo rappresentante Ban Ki-Moon ha auspicato l’avvio di una transizione di potere pacifica nel Paese dello Stato Fallito.

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