Diritti umani, il rapporto 2014 di Amnesty International

Intervista a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

di Guglielmo Sano

Riccardo noury, Amnesty International, diritti umani

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

Dall’ultimo Rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo emerge una situazione  catastrofica: popolazioni civili minacciate da gruppi armati, crescenti minacce alla libertà d’espressione, peggioramento delle crisi umanitarie. A tutti i livelli, la politica si è dimostrata inefficace ed è ora chiamata ad agire in fretta, per invertire il corso della crisi globale. Ghigliottina.it ne ha discusso con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Stando al vostro Rapporto, il 2014 è stato “annus horribilis” per la tutela dei diritti umani e delle libertà civili: sembra che la situazione sia quella di un’insicurezza generalizzata. Le misure adottate dalle istituzioni internazionali e dai governi nazionali si sono dimostrate inefficaci, in alcuni casi addirittura controproducenti. Quali sono le aree in cui la tutela dei diritti umani è soggetta a maggior rischio? Dove avete sentito il bisogno di concentrarvi?
Intanto due numeri possono dare la dimensione dei problemi di cui stiamo parlando in termini di violazione globale di diritti umani. Questi due numeri sono: i 131 Paesi in cui abbiamo riscontrato maltrattamenti e torture e i 119 in cui abbiamo verificato limitazioni della libertà di espressione tanto nella sua forma classica di manifestazione in piazza quanto in quella nuova di critica e protesta online. Ciò detto, certamente le aree in cui abbiamo riscontrato le situazioni peggiori sono quelle in cui sono in corso dei conflitti interni – ma ormai possiamo non chiamarli più interni. Se pensiamo a quello che sta succedendo in Medioriente, con il gruppo denominato Stato Islamico che occupa parti della Siria e dell’Iraq o se guardiamo quando accade in Nigeria, dove il gruppo Boko Haram dagli stati del nord est della federazione si espande nei Paesi confinanti come Camerun e Ciad, vediamo che ci sono milioni e milioni di civili che sono sotto il giogo di un potere ormai quasi statale e una presenza oltremodo e altrettanto oppressiva da parte delle forze di sicurezza tanto in Siria e in Iraq, quanto in Nigeria. Questi sono gli scenari nei quali accadono brutalità e nefandezze. Isomma: il diritto internazionale li chiama crimini di guerra e dobbiamo a nostra volta chiamarli così, ma sono esempi di ferocia senza molti precedenti nella storia recente. La risposta della comunità internazionale di fronte a tutto questo è una risposta inutile, vana, insignificante e credo che il caso della Siria ne sia l’esempio più calzante.

La crisi siriana diventa drammatica ogni giorno di più, buona parte della stessa Siria e dell’Iraq è in mano alle milizie dello Stato Islamico, le truppe sciite dell’esercito iracheno si sono contraddistinte per episodi di violenza settaria, Gaza ancora non si è ripresa dall’operazione israeliana di quest’estate, lo Yemen è in tumulto, Arabia Saudita, Bahrein, e Emirati Arabi Uniti confermano la propria sordità in materia di diritti e libertà. Nel 2011 si parlava di “primavera araba” adesso invece siamo assistendo a un “inverno mediorientale”…
Come dicevo, la Siria è il caso più eclatante: stiamo entrando nel quarto anno di un conflitto che ha prodotto oltre 200mila morti, 4 milioni di rifugiati e 6 milioni e mezzo di profughi interni. Io non vedo grandi eccezioni alla definizione di “inverno mediorientale” se non, forse, ma neanche al 100%, per la Tunisia che è stato il primo Paese a sollevarsi, il primo che si è dato elezioni regolari, il primo che ha avuto una transizione. Ma anche lì i problemi non sono del tutto superati, anche lì ci sono segnali del vecchio che resiste; ad esempio, nell’intoccabilità delle forze armate che non possono essere criticate o nell’assenza di giustizia nei confronti delle forze di polizia che si macchiarono dell’uccisione di decine di manifestanti nel gennaio 2011.

Amnesty International, diritti umani, SiriaCi sono delle situazioni che si vanno incancrenendo dal punto di vista dell’impossibilità di esprimere dissenso: penso al Bahrein e all’Arabia Saudita. In quest’ultimo Paese una legge anti-terrorismo ha prodotto come risultato quello di avere decimato e ridotto al silenzio ogni forma di opposizione. In Arabia Saudita sono aumentate anche le condanne alla pena capitale. In Libia registriamo ormai da tre anni e mezzo l’assenza di stato e legge, con crimini di guerra che vengono commessi tanto dai gruppi armati islamisti, quanto dalle forze cosiddette lealiste. In Egitto siamo di fronte a una repressione che assomiglia, se non è addirittura peggio, a quella che c’era sotto Mubarak. In nome della lotta al terrorismo, in nome della lotta ai Fratelli Musulmani si creano forme repressive che colpiscono tutti, compresi gli attivisti laici, compresi gli attivisti che furono protagonisti della rivoluzione del gennaio 2011. Quindi, il quadro è assolutamente sconfortante.

Sin dall’Introduzione del Rapporto si nota che, forse, non siete stati particolarmente teneri nei confronti delle istituzioni: i politici hanno sistematicamente calpestato le regole che proteggono i civili e hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri. Sul piano internazionale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dimostrato la propria inefficacia nella risoluzione di situazioni particolarmente critiche come quella in Siria. Basteranno le vostre proposte, quella sull’astensione dal veto e la ratifica  del trattato sul commercio di armi?
Se non si prova a fare queste cose la situazione peggiorerà ulteriormente. Lei citava poco fa i 50 giorni di operazione “Margine Protettivo” di Israele su Gaza, con i crimini di guerra commessi, con l’uccisione di 1500 civili, con la distruzione di migliaia e migliaia di case, con attacchi indiscriminati contro obiettivi civili. Per 50 giorni il Consiglio di Sicurezza non è stato in grado di prendere una posizione, perché c’era una questione di diritto di veto che veniva sollevata da alcuni Paesi. Altri Paesi del Consiglio di Sicurezza, sempre con diritto di veto, sono i responsabili di tre anni di assenza di risoluzioni sulla Siria. Poi, quando nel febbraio 2014 ne è stata adottata una che chiedeva la fine degli attacchi indiscriminati contro i civili e il rilascio di prigionieri e ostaggi, è stata allegramente ignorata da esercito siriano e gruppi armati dell’opposizione. Cosi non va! Se i conflitti non si prevengono, se quando scoppiano non si fermano e quando proseguono per anni non si fa nulla per almeno fermarne le conseguenze – che sono sempre quelle che colpiscono i civili, quelli che rimangono sotto le bombe e quelli che provano a scappare – la situazione sarà destinata a peggiorare con atrocità sempre più evidenti e sempre più marcate. Questo ci ha portato a chiedere due cose due: il rinuncio volontario al diritto di veto in caso di genocidio e altri gravi crimini di diritto internazionale, e l’applicazione del Trattato sul commercio di armi che, adottato nel 2012 ed entrato in vigore nel 2014, potrebbe impedire che continuino ad affluire armi nelle mani di chi le userà, governo o opposizione armata.

A proposito di genocidio, nel 2014 ricorreva il ventesimo anniversario del massacro in Ruanda. Tuttavia molte nazioni africane, come si evince dal rapporto, continuano ad attaccare la Corte Penale Internazionale e lo Statuto di Roma, nel chiaro tentativo di garantire l’impunità a criminali di guerra e a chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Sembrerebbe un’ulteriore conferma del fatto che il diritto internazionale deve ancora fare molti passi avanti.
Quest’anno la ricorrenza tragica è quella del ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, della conclusione della guerra dei Balcani, con il suo tributo di migliaia di persone scomparse, di decine di migliaia di donne stuprate, di tante, tante, tante persone morte in Bosnia, cosi come in Croazia e nelle regioni serbe della Krajina. Sembra ogni volta che si raggiunga il fondo e non si possa far altro che risalire. In realtà, toccato il fondo si continua a scavare. Ora, noi siamo nel ventesimo anniversario dell’ultima guerra in Europa, oggi siamo dentro una nuova guerra: ci siamo stati dall’aprile 2014 almeno fino ai primi di febbraio. Non è detto che questo cessate il fuoco in Ucraina regga. Per quel Paese comunque si prospetta un dopoguerra molto duro, fatto di rancore e di incertezza sul tipo di amministrazione, sul tipo di stato che dovrà essere l’Ucraina. Quindi sì, è un fallimento completo da parte della Comunità Internazionale, che cerca di delegittimare anche quel poco che di giustizia possono fare i Tribunali Internazionali. Il Tribunale Penale Internazionale ha a che fare molto spesso con questioni africane, dovrebbe occuparsi anche di altro. È profondamente vero e incoraggiante che ci siano avvii di inchieste che possono riguardare casi extra africani. Voglio aggiungere che il Tribunale si è occupato di molte questioni africane perché in Africa ci sono stati genocidi – penso alla Repubblica Democratica del Congo, penso al Darfur, penso ai crimini di guerra commessi attualmente in Sud Sudan e nella Repubblica Centrafricana – che giustificano il fatto che quell’organo di giustizia internazionale abbia messo gli occhi lì. Però, avere gli occhi soltanto sull’Africa non basta, perché crimini di guerra ne sono stati commessi, ne vengono commessi, in altre zone del mondo

Sembrerebbe che stiamo tornando indietro sul fronte della salvaguardia dei diritti umani, dunque. A tal proposito, in molti Paesi è ancora forte il controllo sui diritti sessuali e riproduttivi, la discriminazione di genere dettata non solo, ma soprattutto, da convinzioni religiose. Molti governi violano il principio di non refoulement e cercano di sigillare le proprie frontiere. Sembra quasi che la politica se la prenda con i più deboli.
Questa è una giusta osservazione. Le categorie più vulnerabili, quelle più a rischio a causa della loro identità o della loro condizione transitoria – quale ad esempio i rifugiati – oggi sono considerate un problema, un fastidio, una minaccia. È come se la maggioranza privilegiata del mondo rivendicasse il suo diritto a non essere disturbata nella sua normale conduzione di vita. Questo è un paradosso dei nostri tempi. Anche in una regione come l’Europa, nella quale la rivendicazione di diritti per le minoranze sessuali viene etichettata in maniera spregiativa con la definizione “ideologia gender” – che è una definizione che hanno inventato gli eterosessuali per stigmatizzare gli omosessuali. Come diceva lei, il controllo sui diritti sessuali e riproduttivi è molto marcato. Ci sono in particolare in America Latina, America Centro-Meridionale, Paesi come El Salvador, come il Nicaragua in cui l’aborto è di fatto impedito ed è considerato un reato. Situazione simile in Irlanda del Nord, in Europa. In Cile sta iniziando un tentativo di riforma che è abbastanza ostacolato dai contrari all’aborto. Certo, da questo punto di vista c’è un’offensiva che colpisce il diritto a poter fare delle scelte circa il proprio corpo, la propria sfera emotiva e quella sentimentale per sentirsi liberi da costrizioni, dalla violenza, dal carcere, dalla morte.

Amnesty International, diritti umani, Rapporto 2014Stando al vostro Rapporto sembra essere prepotentemente tornato di moda l’uso della forza nel reprimere le richieste di maggiori diritti e spazi di libertà. Sempre più viene opposta a queste istanze una repressione spietata: casi in America Latina, dal Brasile al Venezuela, le vicende di Ferguson negli Usa. Siamo partiti dicendo che non si tollera più il dissenso e allora si colpiscono gli organi di informazione, si bloccano i social network, penso alla Turchia, e si ostacola il lavoro delle organizzazioni non governative. Come si risponde a quest’offensiva, a quest’attacco?
Si risponde sul piano giudiziario, cercando di ricorrere contro questi provvedimenti – ove possibile. Oppure, sempre sul piano giudiziario, di ottenere condanne per i responsabili di comportamenti abusivi e violenti. Il caso di Ferguson è calzante proprio come simbolo di forza eccessiva rimasta impunita. Ci sono Paesi che danno un brutto esempio ispirando anche legislazioni simili. Penso alla Russia, che nel corso di questi ultimi due anni ha introdotto una serie di leggi molto repressive che penalizzano il diritto di manifestare, il diritto di esprimere un’opinione critica, il diritto di affrontare temi importanti riguardanti appunto l’educazione sessuale di cui parlavamo prima. Sono Paesi che hanno un potere di attrazione forte verso altri che possono tendere ad adottare norme del genere. Addirittura in Ungheria, e qui siamo dentro l’Unione Europea, è stata emanata una legge contro le organizzazione non governative che riprende quasi alla lettera la legislazione in materia di organizzazioni non governative che è stata introdotta in Russia: quella che le obbliga in caso di finanziamento internazionale o membership internazionale a iscriversi all’elenco degli agenti stranieri.

Sembra esserci qualche risultato positivo dal punto di vista della pena di morte. Molti stati americani cominciano a prendere in considerazione l’ipotesi di non eseguire più esecuzioni capitali. Per la prima volta dagli anni ‘80 in molti Paesi dei Caraibi i bracci della morte sono vuoti. Sembra un segnale incoraggiante? Oppure c’è ancora molto lavoro da fare?
Sì, è incoraggiante ma è anche vero che c’è molto lavoro da fare. Ora: i dati sulla pena di morte saranno oggetto di un rapporto specifico che, come sempre su base annuale, Amnesty International pubblicherà nel corso della primavera. Però, quello che posso dire è che il quadro della pena di morte conferma che ormai questo strumento estremo di punizione viene utilizzato da 20-25 Paesi. Ogni anno il numero non aumenta; però, se rimane stazionario vuol dire che non si riescono a fare passi avanti significativi. Siamo di fronte a uno zoccolo duro di Paesi che con la pena di morte ci vive bene. Potrebbero esserci segnali incoraggianti dagli Stati Uniti, in prospettiva. C’è questo tema della fine della disponibilità dell’anestetico che compone la miscela di sostanze usate per mettere a morte i detenuti tramite iniezione di veleno: la Corte Suprema ha accettato di prendere in considerazione un ricorso contro quelli che sono veri e propri esperimenti su esseri umani – perché terminato il Penthotal, in alcuni stati degli Usa si sono fatte esecuzioni mettendo altri farmaci, dei calmanti, il valium e altre cose ancora. Quindi ci sono state esecuzioni particolarmente cruente e la Corte Suprema ha dichiarato di voler prendere in esame l’incostituzionalità denunciata del metodo di iniezione letale. Staremo a vedere che succederà: la sentenza è prevista quest’estate, nel frattempo alcuni stati hanno sospeso le esecuzioni in programma.

Veniamo all’Italia. Avete definito il semestre di presidenza europeo un’occasione persa. In che termini?
Sì, un’occasione persa. Perché si potevano fare passi avanti sul tema della discriminazione che è un fenomeno fortemente diffuso in Europa tanto nei confronti dei Rom quanto dei cittadini stranieri, quanto delle minoranze sessuali e questo non si è fatto. L’Italia poteva portare in Europa come modello da imitare e ampliare l’operazione di soccorso in mare chiamata Mare Nostrum. Invece, inopinatamente e irresponsabilmente vi ha posto fine a ottobre, nonostante il primo ministro avesse pubblicamente detto che non sarebbe stato sospeso Mare Nostrum, fino a quando l’Unione Europea non avesse posto in essere un’operazione, almeno, di efficacia analoga. Così non è stato: “Triton” non è Mare Nostrum e il numero dei morti in mare lo dimostra.

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