Lega Nord, il “nero profumo” di una scissione alle porte

Tra ultimatum e vecchi rancori per la nuova Lega Nord di Salvini non c’è pace

di Mattia Bagnato

lega-salvini-tosi-zaia-venetoDoveva essere il giorno della rinascita, in cui la “verde fenice” risorge dalle ceneri di una Lega Nord scossa dagli scandali della passata gestione. Invece, la manifestazione dello scorso 28 febbraio a Roma, ha finito per accentuare una spaccatura che sembra già insanabile. Un “secessione” politica, che rischia di vanificare il tentativo di opposizione “all’acerrimo nemico” Matteo Renzi. Perché quella svolta a destra, in direzione di Casapund, proprio non è andata giù a Flavio Tosi. Lui, leghista della prima ora, la “sua” Lega la vorrebbe dura come un tempo, ma soprattutto la vuole pura. Così, ad una settimana dalla kermesse di Piazza del Popolo, i venti di tempesta soffiano forti, pronti a spazzare via un progetto politico destinato a cambiare il volto del centro-destra italiano.

Morto un papa se ne fa un altro – Che ci fossero 100.001 persone, come sostiene Matteo Salvini, o 15.000 poca importa. Quello che colpisce è la chiara ed incontrovertibile conferma che la riscossa della droite italien passa proprio per Via Bellerio. Il segretario leghista, infatti, dopo l’intervento in video conferenza di Marine Le Pen, è stato ufficialmente incoronato Vicerè. Un titolo che a detta di molti gli spetta di diritto, se non fosse altro per mancanza di alternative credibili. Non è un caso, infatti, che lo striscione che campeggia sulla piazza che una tempo fu del PCI e della CGIL, porta la scritta: “Berlusconi politicamente morto”. Insieme all’ex Cavaliere, però, sembrano sparite anche le vecchie parole d’ordine della Lega che fu, quella che parlava di federalismo e secessionismo.

Padroni a casa (v)nostra – Oggi, infatti, dopo anni di battaglie perse in partenza, la Lega di Salvini sembra aver finalmente scoperto le carte e mostrato il suo vero volto. Una fisionomia tutta nuova, che si fa beffa delle autonomie e che cerca sostegno ben oltre il Rubicone, ribadendo la sua vocazione centralista. La riprova di quanto sta accadendo in casa leghista arriva da quei #noiconsalvini che puzzano tanto di opportunismo politico, ma anche dalla “bizzarra” scelta di candidare un milanese in Toscana e un Trevigiano alla carica di Sindaco di Agrigento. Segnali che il tempo dell’isolazionismo è finito, sconfitto dall’alleanza con chi, come Fratelli d’Italia, non sa nemmeno dov’è la Padania.

La lingua batte dove il dente duole – Così, anche se la geografia non sembra essere il punto forte della Meloni & C., la manifestazione di Roma ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, che i capi saldi del lessico leghista sono più vivi che mai. Lotta all’immigrazione tout court, non più quella “clandestina”, chiusura dei campi rom e, dulcis in fundo, quel NO all’Euro che suona come l’ennesima mission impossible. Niente di nuovo quindi, se non fosse che, questa volta, a lanciare il guanto di sfida a Renzi e all’UE è quel solo uomo al comando, che passa da un Talk all’altro come a voler ribadire che “non c’è altro leader al di fuori Matteo Salvini”. Una strategia impeccabile, che ha fatto del “centralismo mediatico” il suo punto di forza.

Così, mentre la base strizza l’occhio ai camerati di Iannone, dall’interno del partito cominciano a manifestarsi i primi malumori. Sintomo di una strategia politica che, se ha funzionato in termini di percentuali, fatica a mantenere unito il partito. Ufficialmente, sarebbe tutta colpa dell’abbraccio con la “nobiltà nera” della Roma Ladrona, dietro allo scontro con il Sindaco di Verona, però, si celerebbero vecchie ruggini e troppe ingerenze. Un cocktail esplosivo, che potrebbe mettere a repentaglio l’esito delle prossime regionali, vero e proprio banco di prova per la nuova segreteria.

“V” per vendetta – Infatti, se è vero che la vendetta è un piatto che va consumato freddo, Tosi non poteva scegliere momento migliore per servirlo a Matteo Salvini. Perché la scelta di appoggiare la candidatura di Zaia in Veneto ha il sapore amaro dell’ennesimo tradimento consumato all’ombra del Pirellone. Un voltafaccia, che si aggiunge a tutte quelle promesse mai mantenute, che dovevano portare il Sindaco di Verona prima a capo della regione Veneto e poi, nel 2013, in pole position per le primarie del centro-destra. Così, quando l’uomo dalla felpa più veloce del west ha deciso di mettere bocca anche sulle liste regionali, l’inquilino di Palazzo Barbieri non ci ha visto più.

Meglio soli che male accompagnati – A poco, però, sembra essere servita la lettera “intimidatoria” con la quale Maroni ha minacciato di commissariare la Liga Veneta. Infatti, è stato proprio lo stesso parlamentino veneto a rispedirla al mittente, ricordando al Governatore lumbard che lui, Flavio “da Giussano”, non è più disposto ad abbassare la testa. Meglio andare da soli, allora, in barba ai sondaggi e alle defezioni che sono già arrivate. In fondo, se non era per lui, la Lega al Comune di Verona non ci sarebbe mai arrivata. Una scelta rischiosa, ma che ha già prodotto i suoi effetti anche a Roma, sarebbero otto, infatti, i parlamentari leghisti pronti ad appoggiare “Impegno Veneto”.

Si Salvi(ni) chi può – Ed ecco che, al netto di sprezzanti dichiarazioni, la paura sembra cominciare a serpeggiare nei corridoi di Via Bellerio, prova ne è l’incontro tra Berlusconi e Matteo Salvini. Un visita, quella del segretario leghista, che sembra più che mai una conta generale per capire le intenzioni dell’ex Cavaliere. Infatti, a preoccupare oltre modo Salvini & friends sarebbe quel 10% che Tosi potrebbe mettere sul piatto delle regionali, prodotto dell’alleanza con UDC e NCD. Un’eventualità questa che sembra aver spinto Matteo “l’altro” a ritornare sui suoi passi, riallacciando una relazione politica che fino a poco tempo fa sembrava un capitolo chiuso.

Per capire quale sarà il destino di Flavio Tosi e della Liga Veneta bisognerà attendere ancora qualche giorno. All’orizzonte, però, sembrano sempre più evidenti i segnali del profondo processo di trasformazione che sta vivendo la Lega Nord. Il partito che rivendicava, orgogliosamente, le sue origini secessioniste ormai sembra non esistere più, soffocato dalla necessità di costruire un progetto politico a carattere nazionale. Salvini alla fine lo ha capito. Troppo sciocco continuare a barricarsi dietro vecchi slogan, meglio puntare tutto sul nazionalismo. Una scelta, però, che non sembra aver convinto tutti. Il pericolo, è quello di arrivare alle regionali di maggio con un partito diviso, mostrando il fianco all’avversario “dem”. Musica per le orecchie di Renzi, che potrebbe battere il principale avversario senza dover giocare la partita. Solo il tempo potrà dire chi avrà avuto ragione. Per adesso, però, sembra che ai “lanzichenecchi leghisti” sia piaciuto il cambio di direzione imposto da Salvini. Una scelta di campo che, comunque vada, ha già cambiato per sempre il volto del partito.

(Fonte immagine: http://www.termometropolitico.it/)

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