Afghanistan, #BringBack31 Hazara!

Nel rapimento dei 31 afghani di etnia hazara sequestrati a febbraio, il dramma di un intero popolo, vittima di persecuzioni e discriminazioni

di Elisa Di Benedetto

Dawoon Yousefi, Hazara

“Liberate i 31 hazara rapiti”. Dall’Europa all’Australia, dal Canada all’Indonesia, gli afghani di etnia hazara chiedono la liberazione delle 31 persone sequestrate il 23 febbraio in Afghanistan, nella provincia di Zabul, mentre rientravano dall’Iran. Sabato, in tutto il mondo, si svolgeranno iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica e la comunità internazionale.

A Roma, l’appuntamento è per sabato alle 16, in Piazza della Repubblica, con il sit-in organizzato dall’Associazione Culturale degli Afghani in Italia-ACAFI, che ha accolto l’invito del World Hazara Council. Sarà un’iniziativa pacifica, con l’obiettivo di informare e sensibilizzare gli italiani su quello che sta accadendo in Afghanistan, spiega in presidente Qorbanali Esmaeli, di etnia hazara. “Servirà inoltre a chiedere al governo italiano di sollecitare l’intervento del governo afghano per garantire giustizia e sicurezza. L’Italia, a cui è stato affidato l’incarico di guidare la riforma del sistema giudiziario nell’Afghanistan post-talebano, deve chiedersi che fine hanno fatto gli sforzi e soldi impiegati per la ricostruzione dei tribunali e la riforma della giustizia”.

Nella protesta del popolo hazara, c’è la solidarietà con le persone rapite e le loro famiglie, ma anche la rabbia per l’inerzia del governo e per l’indifferenza della comunità internazionale, già espresse il 29 marzo a Roma, in durante la commemorazione del leader hazara Mohammad Mazari, ucciso nel 1995 dai Talebani. “Indipendentemente dai chi siano i responsabili di questo atto criminale, è necessario intervenire”, continua Esmaeli, che dopo la manifestazione consegnerà un appello al Comitato permanente per i diritti umani della Commissione affari esteri della Camera.

A oltre un mese dal sequestro, non vi è stata nessuna rivendicazione, né da parte dei Talebani, né da parte di Isis, la cui presenza in Afghanistan è stata confermata sia da UNAMA, sia dal leader sciita Mohammad Mohaqiq. Tra le ipotesi, vi è quella del coinvolgimento dei Talebani e di un mancato intervento del governo per non compromettere i colloqui di pace.

Si stima che l’etnia hazara, a maggioranza sciita, non raggiunga il 25% della popolazione afghana. In Italia, gli hazara costituiscono circa il 40% dei circa 13mila richiedenti asilo afghani. Il popolo hazara è sempre stato vittima di persecuzioni: dal genocidio di fine Ottocento, alla segregazione di inizio Novecento; dalle persecuzioni del regime talebano, alle attuali discriminazioni. Eppure nessuno è mai stato condannato né processato e i nostri connazionali continuano a fuggire in Australia e in Europa perché non si sentono al sicuro in Afghanistan, dove vedono negati i propri diritti”.

“Nessuno sa cosa sta succedendo”, commenta Dawood Yousefi, che ha aderito subito alla campagna #BringBack31Hazaras. “Nessuno fa niente per liberare queste persone innocenti, di cui non si hanno notizie. Dopo una prima operazione militare, fallita, c’è stato solo il silenzio, nonostante nuovi rapimenti tra Ghazni, Jaghori e Daikundi, la mia città”. Arrivato in Italia nel 2005, poco più che diciottenne, Dawood lavora come educatore e mediatore culturale con bambini disabili e minori non accompagnati. E’ passato tanto tempo e fa male vedere che la mentalità non è cambiata, che c’è ancora tanta violenza. Speravamo in un miglioramento, soprattutto dal punto di vista dei diritti umani ma la situazione sembra essere peggiorata nella maggior parte del Paese”.

“Il mondo deve capire che valiamo anche noi e abbiamo gli stessi diritti”, aggiunge Azizalla, in Italia dal 2007. Tutti i suoi familiari hanno lasciato l’Afghanistan, ma lui è preoccupato per il destino del suo popolo. Preoccupazione condivisa da Sediqa Rahimi, la prima donna afghana ad avere ottenuto la cittadinanza italiana. “Vorrei rivedere mio nonno, ma è troppo pericoloso. Non torno a Ghazni dal 2007, e non so quando potrò tornarci”.

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