Web tax, mandragata all’europea

Dopo anni di tasse non pagate attraverso complicati escamotage fiscali, di recente l’Unione Europea sembra (incredibilmente) muoversi unita verso la stessa direzione: farla pagare ai giganti dell’hi-tech. Svolta politica o ennesime parole al vento?

di Andrea Rosiello

web taxIl tema dell’armonizzazione della tassazione in Europa è stato oggetto, per anni, di lunghe discussioni ma senza alcun risultato tangibile. Tutti (o quasi) confermavano l’esistenza di un problema non da poco conto, ma si è fatto ben poco per risolverlo.

Ecco perché di recente, probabilmente a seguito dello scandalo “Luxleaks” di qualche mese fa, la web tax, la tassazione delle multinazionali in Europa, è diventata una dei temi centrali della Commissione Europea ed è stata inserita nel Programma di lavoro per il 2015.

Del resto quando giganti del calibro di Google, Amazon, Apple, ecc guadagnano miliardi e, allo stesso tempo, pagano quasi zero tasse senza violare nessuna legge, come si fa a chiudere gli occhi?

Nella riunione del 18 febbraio scorso, il collegio dei Commissari dell’UE ha infatti convenuto di tassare le società “là dove svolgono le attività economiche che generano i loro profitti e che esse non possono sottrarsi al pagamento di una giusta quota”.

Per questa ragione a marzo la Commissione dovrebbe presentare un pacchetto di misure legislative sulla trasparenza fiscale. In particolare sarà inclusa una proposta sulle distorsioni di concorrenza all’interno del mercato unico che permetterà uno scambio automatico di informazioni tra i membri dell’Ue sugli accordi fiscali, i cosiddetti “tax rulings”.

Ma in cosa consiste il così detto “doppio irlandese con panino olandese” che ha permesso alla sola Google di non pagare ben 9 miliardi di tasse nel 2012?

Per capirlo bisogna partire da un esempio: una società americana qualsiasi decide di aprire una sede in Olanda. La sede olandese è in realtà una società sussidiaria di un’altra società, appartenente allo stesso gruppo, ma registrata in un paradiso fiscale, ad esempio alle Bermuda. La sede Olandese, a usa volta, apre una società controllata in Irlanda. Questa multinazionale quindi paga le tasse su dipendenti e strutture nei predetti stati (Bermuda, Olanda e Irlanda).

Discorso diverso e più articolato è quello della tassazione sugli utili. Secondo la normativa irlandese le aziende come quella del nostro esempio oltre alle tasse sui dipendenti e sulle strutture devono pagare 12,5% di tasse sugli utili.

Si tratta di una delle tassazioni sugli utili più vantaggiose nel mondo, se paragonata al 35% di tasse pagate negli Stati Uniti e al 33% dell’Italia. Così conveniente che  finora numerosissime multinazionali hanno aperto sedi vere o fittizie nell’ “Isola Smeraldo”.

E allora perché aprire una sede in Olanda e una alle Bermuda se la tassazione è già così vantaggiosa? Perché alle Bermuda gli utili d’impresa non vengono tassati.

Non basterebbe quindi trasferire tutti gli utili lì e basta? E perché aprire una sede anche in Olanda? Perché se la predetta società trasferisse costantemente gli utili nella sua società madre alle Bermuda dovrebbe pagare una tassa sul trasferimento di denaro.

E qui subentra il paese dei tulipani. Perché il trasferimento degli utili tra paesi dell’Unione europea non è tassato e l’Olanda a sua volta non fa pagare il trasferimento degli utili all’estero. Il risultato di questo tortuoso giro è che il 99,8% degli utili originati in Europa arriva alle Bermuda. Mentre nel vecchio continente non restano che le briciole

Non è infine difficile immagine che una volta emanata la web tax, i primi paesi a ratificarla saranno probabilmente Francia e Germania, da tempo ai ferri corti con le web company.

Lo scorso novembre i due membri fondatori dell’UE hanno infatti chiesto alla Commissione UE una consultazione pubblica sugli Over The Top (OTT) le società come Facebook o Google che offrono servizi internet senza avere una propria infrastruttura.

Un brutto colpo invece per Irlanda e Olanda: i due paesi, attraverso il suddetto escamotage fiscale, anche se non hanno riscosso tutte le tasse dovute, sono riusciti comunque ad attirare 700 società americane che a loro volta hanno dato lavo a circa 115 mila lavoratori irlandesi e a molti intermediari olandesi. Senza contare i miliardi di euro di tasse sul lavoro pagate finora.

(Fonte immagine: www.formiche.net)

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