Cervelli in fuga, gli italiani si raccontano

La fuga di cervelli dall’Italia è un fenomeno sempre più diffuso e le percentuali dell’emigrazione aumentano ogni anno. Intervista al fondatore di “Italians in fuga” e le storie di giovani fuggiti all’estero 

di Alessandra Bernardo

italia300L’emigrazione di tanti giovani italiani con alto profilo professionale non accenna a diminuire. È quella che viene comunemente definita “fuga di cervelli“. Negli ultimi anni i flussi di italiani in fuga sono tornati ad aumentare e il numero di giovani talenti all’estero sta crescendo in maniera esponenziale. Questo fenomeno testimonia che l’Italia sembra sia incapace di difendere il proprio “capitale intellettuale“. Il 2013 è stato l’anno di maggior “fuga” verso l’estero: sono infatti circa 94.000 i connazionali espatriati, con un incremento del 19,2% rispetto al 2012.

Dai dati dell’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero) le principali mete di destinazione sono la Gran Bretagna con 12.904 presenze, poi Germania, Svizzera e Francia. Gli Stati Uniti risultano settimi in classifica. Le regioni d’Italia più interessate da questi flussi migratori sono quelle del Centro-Nord, sul podio la Lombardia. Grande sorpresa per il Lazio che perde 8.211 “cervelli” nel solo 2013.

La fascia d’età più propensa alla fuga è quella degli “under40“: sono emigrate 45.516 persone. Diminuiscono invece di circa 43mila unità gli stranieri che, nel 2013, hanno deciso di trasferirsi nel nostro paese rispetto al 2012. Dall’analisi dei dati del Centro Studi Confindustria, relativi all’anno 2011, l’Italia è 24esima al mondo per capacità di attrazione di talenti, dopo la Grecia. Si tratta, dunque, di risultati molto negativi per il nostro Paese. I fattori principali che spingono i giovani cervelli a lasciare l’Italia sono essenzialmente di natura economica e sociale.

Per conoscere meglio questo fenomeno abbiamo intervistato il fondatore di “Italians in fuga“, Aldo Mencaraglia.

Com’è nata l’idea di fondare “Italians in fuga”?
Nel 2008 ho pensato di iniziare a condividere la mia esperienza all’estero iniziando un blog. Sempre piu’ persone vedevano l’estero come soluzione ai propri problemi in Italia e volevo far conoscere sia gli alti che i bassi della vita all’estero (mancavo in pianta stabile dall’Italia dal 1993). Ho iniziato a scrivere e non ho piu’ smesso.

Secondo la sua esperienza gli italiani quali paesi scelgono per la loro “fuga”? E quali sono le motivazioni più frequenti che spingono a partire e cosa si va a cercare?
Principalmente i Paesi europei perché non è necessario un visto come invece serve per andare in nazioni extraeuropee ambite ma con maggiori ostacoli all’immigrazione. Parlando di Europa si indirizzano verso Paesi con un’economia migliore rispetto a quella italiana e quindi verso il Nord Europa. La lingua è un fattore determinante ed è per questo che tanti scelgono Londra visto che l’inglese è la lingua straniera più conosciuta dagli italiani. Le motivazioni sono sempre più legate alla ricerca di lavoro. Un tempo la curiosità e la voglia di fare un’esperienza all’estero erano più prominenti, ora purtroppo molto meno.

Aldo Mencaraglia

Aldo Mencaraglia

Le risulta un numero significativo di rientri in Italia ed è possibile tracciare caratteristiche comuni tra chi ritorna?
È molto difficile dirlo. A volte il rientro è voluto, desiderato e rende le persone felici. Queste sono quindi contente di condividere la propria esperienza. Piu spesso il ritorno è forzato e allora si condivide di meno la propria esperienza.

Cosa consiglierebbe ad un italiano che vuole partire?
Di imparare le lingue straniere (inglese in primis e altre se possibile). Capire cosa il mercato del lavoro estero richiede e costruire tale professionalità il più possibile (capisco che sia difficile se non si ha un lavoro) in Italia.

Attraverso l’esperienza personale di alcuni giovani “cervelli” abbiamo voluto raccontare cosa significhi fuggire dall’Italia. Si chiama Francesco, ha 35 anni, dopo una prima laurea in Scienze Politiche e una seconda in Scienza della Comunicazione, ha lasciato l’Italia per stabilirsi a Montreal in Canada, dove attualmente ricopre il ruolo di Product Manager.

Quanto ha influito la tua formazione umanistica nella scelta della destinazione? E cosa offre in concreto il Canada per chi decide di lasciare l’Italia?
La mia formazione ha influito solo in parte nella scelta di trasferirmi in Canada. Ritengo, infatti, che coloro che possiedono una formazione tecnico-scientifica possano trovare maggiori opportunità all’interno del mercato del lavoro nord-americano. Chi può vantare una competenza che sia specialistica in un campo quale l’ingegneria o la chimica, potrà, in effetti, trovare in questo mercato una retribuzione mediamente più elevata di quella italiana e una buona possibilità di carriera. Tuttavia, sconsiglio a tutti coloro che hanno una preparazione generalista e strettamente umanistica di considerare questo Paese per un trasferimento. Discorso diverso per tutti quelli che possiedono invece ampie competenze linguistiche, visto che in Canada sono presenti culture e lingue provenienti da tutto il mondo e che una grande fetta della popolazione parla correntemente almeno due lingue.
In Canada è relativamente più semplice trovare un lavoro nel giro di qualche settimana, ma è molto più difficile che sia un lavoro qualificato, a tempo pieno o che esso sia pertinente alla propria formazione. In conclusione, sono coloro che hanno delle competenze specialistiche in campo tecnico-scientifico che dovrebbero prendere in considerazione di trasferirsi in Canada. E trovare un contatto lavorativo prima di partire, agevolerà anche il processo per il rilascio del visto.

Ci descrivi brevemente l’impatto con le abitudini di vita canadesi e quanto esse siano diverse rispetto a quelle italiane?
Gli stereotipi qui sono utili: prima di arrivare, si pensa alle difficoltà che si incontreranno a causa del freddo, del cibo e delle abitudini. Quando si arriva, queste preoccupazioni vengono spazzate via, sostituite da altre che non si erano prese in considerazione. Infatti, di freddo si soffrirà a brevi tratti, visto che tutti gli ambienti sono ultra riscaldati – in barba a qualsiasi principio ecologista -, il cibo italiano è presente nella grande distribuzione e molte delle attività che si praticavano in Italia possono essere riprese anche in Canada.
I problemi sono altrove: il sistema sanitario non è così efficiente come lo si immagina; la burocrazia non è priva di falle e i rapporti umani non possono essere sviluppati come si è soliti fare in Italia. È molto facile fare nuove conoscenze e amicizie qui in Canada, ma è molto più difficile portarle a quel livello d’intimità che un “latino” si attende. Le vostre aspettative nei confronti dei rapporti umani potrebbero venire drammaticamente disattese. Una canadese una volta mi disse: “Qui siamo tutti amici. Ma, alla sera, ognuno a casa sua”.

Un altro cervello in fuga è Tommaso, 32 anni, dopo la laurea in medicina decide con la moglie di lasciare l’Italia trasferendosi negli Stati Uniti, a New York.

Potresti descrivere quali sono le opportunità lavorative che hai lasciato in Italia e quelle che intravedi oggi a New York per uno sviluppo professionale?
Durante il percorso di formazione specialistica in Ortopedia e Traumatologia a Roma, ho ho fatto un approfondimento di 6 mesi a New York. In questo periodo americano ho scoperto le differenze tra il sistema lavorativo statunitense e quello italiano. In America i giovani professionisti rappresentano una forza lavoro importante su cui si regge l’intera produzione e la meritocrazia è un concetto concreto e tangibile nella quotidianità lavorativa.
Una volta in Italia, acquisito il titolo di Specialista in Ortopedia e Traumatologia, mi sono trovato nella condizione di dovere trovare un lavoro. Dopo molte telefonate e colloqui, le uniche prospettive che mi si erano presentate erano posizioni lavorative non troppo dignitose sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista economico rispetto al mio titolo di studio oppure aspettare un bando di concorso pubblico per un posto di lavoro in un qualunque ospedale in territorio italiano. Lo stesso problema lo avevano riscontrato i miei colleghi e compagni di percorso formativo.
Le opportunità lavorative che Roma e l’Italia in generale offrono ai giovani professionisti sono purtroppo poco qualificanti e mal retribuite prevalentemente a causa di un sistema gerontocratico che non favorisce l’inserimento dei giovani professionisti. Non avendo trovato nulla che non offendesse la dignità lavorativa, dopo averne discusso con mia moglie, ho deciso di accettare un’offerta lavorativa a New York che mi era stata proposta un anno prima durante il mio precedente soggiorno.
Le condizioni che mi hanno indotto ad accettare sono legate alle differenze enormi legate al mondo del lavoro. In America la meritocrazia è alla base del mondo lavorativo e i giovani ne rappresentano una risorsa fondamentale. Qui a New York, dopo due anni di lavoro, posso affermare che il merito viene sempre riconosciuto così come la professionalità. Non ho mai avuto il minimo sentore di essere lavorativamente sfruttato anzi le mie competenze sono state potenziate e la mia crescita professionale favorita giorno dopo giorno. Dovendo pensare al lungo periodo, le opportunità di crescita sono molto ampie rispetto allo stato stazionario che si vive in Italia in questo momento.

Ritieni che negli Stati Uniti ci siano occasioni migliori per una giovane coppia alla ricerca di stabilità e di una famiglia?
La prima cosa che si impara quando si viene a lavorare negli Stati Uniti è la necessità del poter contare solo sulle proprie forze. A differenza dell’Italia non si può fare affidamento a genitori, familiari, amici e parenti e questo rende tutto molto più difficile. Una volta inseriti nel contesto americano, non pensiamo ci siano problemi nel trovare una stabilità familiare. Il fatto di poter contare solamente sulle proprie forze fa sì che una coppia sia più unita e che affronti i problemi della vita quotidiana in maniera più incisiva e più matura. Cosa sicura è che gli Stati Uniti non sono un Paese che si regge sul pubblico come l’Italia ma è quasi tutto privato e quindi, per mettere su famiglia, è necessario avere un buon salario, che però, viene garantito e riconosciuto dal sistema meritocratico.
Non pensiamo che per una giovane coppia ci siano occasioni migliori o peggiori rispetto al vivere in Italia ma semplicemente diverse, perché, se da un lato si può ottenere stabilità e possibilità di allargare la famiglia, dall’altro si devono fare i conti con i sacrifici e le rinunce che si devono attuare. Lasciare il proprio paese, la propria famiglia, le proprie abitudini solo e soltanto per ottenere un lavoro migliore non pensiamo sia la migliore soluzione ma può diventarlo qualora si decida di sposare a 360 gradi l’idea di sentirsi cittadini del mondo e decidere di vivere la propria vita all’estero senza rimpianti.

I giovani italiani all’estero sono dunque una grave perdita economica e un mancato investimento per il nostro Paese. La fuga di talenti, unita all’incapacità di attrarre cervelli stranieri, ci penalizza fortemente. Ebbene, qualora l’Italia volesse essere realmente competitiva nel mercato globale, dovrebbe attrarre eccellenze dal resto del mondo attraverso politiche di crescita reale, fornendo più opportunità ai giovani sia italiani che stranieri. Per rilanciare l’Italia servono nuovi strumenti che siano in grado di generare realmente quell’attrazione di cui abbiamo fin qui discusso.

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Una risposta a “Cervelli in fuga, gli italiani si raccontano

  1. C’è proprio da piangere!!! I giovani vanno all’estero e i vecchi finiscono in case di riposo… Riflettano i politici su questo tema sociale fondamentale !!!

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