La medicalizzazione del dissenso: i “matti” del fascismo

Una forma poco nota di repressione fascista è quella manicomiale. Se ne parla nel volume di Matteo Petracci “I matti del duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista”

di Gaia Cacace

i matti del duceQuando le forme di repressione del regime fascista possono dirsi davvero esaurite? Ciò che emerge dall’interessante studio di Matteo Petracci è che i “matti del duce” spesso pazzi non lo erano affatto. Emerge una moltitudine di vite, di individui, di realtà. Emerge una repressione che colpiva qualsiasi forma di dissenso politico, in una ricerca incessante che portò un numero considerevole di  antifascisti nei manicomi civili, pratica che andò estendendosi dal 1927 in poi. Ciò che si nota, ancora una volta, è l’occhio da “grande fratello” del regime, pronto a colpire qualsiasi forma di “anomalia” individuale.

Primo spartiacque, nodale, è dato dalla Grande Guerra. In realtà i suoi effetti furono molteplici e su questi Petracci si sofferma più d’una volta. Giovani soldati “cercavano un’alternativa all’uccidere o al farsi uccidere dal nemico[1]”, e per questo fingevano d’essere matti. Ma la guerra portò all’insorgere di psicosi in molti casi, tanto da rendere difficile una linea di demarcazione tra malattia mentale e finzione. Dalla parte del regime, invece, la guerra fu centrale per la nascita di una nuova, differente forma di nazionalismo, che fu inglobata dal fascismo.

Le volontà di internamento presentavano diversi elementi di continuità col passato: di pensiero, perché il fascismo radicalizzò stereotipi e convinzioni che andavano diffondendosi già nell’Italia liberale (come l’idea che sovversivismo e pazzia fossero collegati) ma anche, e soprattutto, continuità giuridica: la norma vigente dal 1904 non fu cambiata, poiché già permetteva che potessero “essere ricoverate negli ospedali psichiatrici le persone affette da alienazione mentale solo quando queste risultassero pericolose o provocassero pubblico scandalo[2]”: fu semplicemente esteso il concetto di pericolosità, intendendo cioè pericoloso anche chi di idee  politiche contrarie al regime, perpetuando pure in questo campo una estensione del concetto di “sociale”. Per il secondo comma della legge, inoltre, era possibile che chiunque potesse domandare l’internamento in manicomio di qualcuno.

Ma quali erano gli elementi che dovevano costituire, per il fascismo, la “normalità”? Sicuramente “l’attaccamento alla propria nazione […] era uno di quei “sentimenti superiori” su cui misurare le distanze tra i normali e i “pazzi morali”[3]“, oltre all’amore per la propria famiglia. Si era normali se si era “buoni procreatori”, e dopo il Concordato con la Chiesa del 1929, se si era cattolici. Usare “parole, atti o azioni che mettevano in discussione l’ordine politico“, o manifestare «sentimenti antitedeschi[4]” andava contro il regime e, per estensione, contro la Patria stessa.

Nella prima parte del volume, Petracci si sofferma sui casi di antifascisti che non avevano commesso alcun reato, cercando di distinguere tra coloro che erano considerati primariamente matti, e in second’ordine antifascisti, e chi invece veniva internato in quanto probabilmente pericoloso per il regime, ma non perseguibile penalmente. In effetti, l’uso del manicomio come strumento di persecuzione implicava anche la squalifica morale dell’internato, la sua espulsione dal perimetro della normalità. […] Ridurre a pazzo un oppositore significava trasformare le sue idee e le sue affermazioni in deliri, ridicolizzarlo al cospetto degli altri, minarne irrimediabilmente la credibilità.[5]

A tal riguardo, l’autore cita gli scritti di Cesare Lombroso, che già nel 1800 aveva chiarito come internare in manicomio un nemico politico (nella fattispecie, un anarchico) potesse rivelarsi più funzionale che incarcerarlo o ucciderlo: perché un pazzo non è mai pericoloso alla stabilità politica.

manicomiLa seconda parte è invece dedicata a coloro i quali avevano commesso dei crimini di matrice politica, ma che venivano considerati non capaci d’intendere e di volere al momento dei fatti, e per questo internati nei manicomi giudiziari. In realtà, nella descrizione di alcune, sconvolgenti, storie, Petracci mette in luce come gli squilibri mentali si fossero manifestati dopo aver ricevuto violenze fisiche e psicologiche da parte delle autorità di Ps:

In questi casi, la ricerca di un parere psichiatrico sulle condizioni mentali di un imputato poteva essere orientata a ottenere una spiegazione in grado di eliminare possibili sospetti di violenze e torture praticate durante gli interrogatori.[6]

Per quanto riguarda invece l’internamento di antifascisti che già erano in carcere, o che erano stati mandati al confino, secondo l’autore “in questi casi, le psicosi potevano insorgere a causa delle condizioni afflittive proprie dei luoghi di detenzione e di espiazione della condanna[7]“.

E infine la vita in manicomio, particolarmente dura per gli antifascisti, sia per le terribili “cure” cui potevano essere sottoposti, sia per le generali condizioni cui erano costretti.

Un libro che non semplifica, e mai generalizza. Le storie degli antifascisti sono descritte con cura e serio approfondimento storico, così come quelle di alcuni psichiatri, che si distinsero per la loro resistenza al fascismo, come nel caso di Guglielmo Lippi Francesconi, “che nel 1944, dopo essersi rifiutato di consegnare le liste dei pazienti ebrei, fuggì insieme alla famiglia ma venne catturato durante una rappresaglia e ucciso dalle Brigate nere[8]”.

Petracci non cerca delle vittime e dei carnefici. Cerca invece di descrivere, capire i singoli casi, di mettere in evidenza una mentalità e degli stereotipi comuni: la forza della maggioranza, ché è lei a decidere qual è il confine della normalità.

Matteo Petracci
I matti del duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista
Donzelli Editore (2014)
237 pagine

[1]    Matteo Petracci, I matti del duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Donzelli editore, 2014, p. 92.
[2]    Ibidem, p. 56.
[3]    Ibidem, p. 59.
[4]    Ibidem, pp. 56-57.
[5]    Ibidem, p. 15.
[6]    Ibidem, p. 105.
[7]    Ibidem, p. 137.
[8]    Ibidem, p. 33.

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