Isis: è ora di colpire Roma

L’Italia continua a essere minacciata dall’integralismo islamico: siamo o non siamo in guerra?

di Guglielmo Sano

maria giulia sergio jihadisti

Maria Giulia Sergio, in arte Fatima, La jihadista italiana partita per la Siria

Nelle prossime settimane l’italia sperimenterà l’arrivo non solo di poveri emigranti dall’Africa ma anche di barconi che trasportano uomini del Daesh (acronimo in arabo che sta per “Esercito Islamico dell’Iraq e del Levante”, ndr)”, ha detto a metà maggio Omar al Gawari, ministro dell’Informazione del governo libico di Tobruk – cioè quello riconosciuto dalla Comunità Internazionale.

Prontamente, il ministro degli Interni Angelino Alfano aveva risposto “nessuna traccia di terroristi sui barconi”. Passati i mesi, però, quel pericolo è ancora lì. A darne conferma in questi giorni anche il giudice belga Michele Coninxs, presidente di Eurojust – l’organizzazione Ue che si occupa di criminalità: “La situazione è allarmante perché i trafficanti di esseri umani hanno come obiettivo quello di finanziare il terrorismo e talvolta quello di far infiltrare in Europa i membri dell’Isis”.

Poco prima dell’avvertimento della Coninxs, è stato Site a rendere note le nuove minacce lanciate dall’Isis. Il sito che si occupa principalmente di tematiche legate al mondo dell’intelligence riporta di aver trovato un ebook che incita i musulmani a raccogliersi in “bande” con il fine di “conquistare Roma”. La capitale è una vecchia ossessione del Califfo Al-Baghdadi: risale a febbraio il video della decapitazione di 21 egiziani di fede cristiana in cui i terroristi affermavano di essere a sud del Vaticano.

D’altra parte, almeno stando a quanto riferito dai servizi di sicurezza statunitensi, l’Italia al momento è solo una terra di passaggio per i jihadisti che sarebbero maggiormente interessati al conseguimento dello status di rifugiato (in modo da mettersi al riparo dagli investigatori) piuttosto che a colpire obiettivi sul territorio nazionale. Tuttavia, anche se il nostro Paese non è nel bersaglio, è comunque terra fertile per i proseliti jihadisti.

Risale a una settimana fa l’operazione “Martese” (“matrimonio” in albanese) che ha portato all’arresto di 10 persone accusate di associazione finalizzata al terrorismo (270 bis). Le indagini della Digos, sezione antiterrorismo, hanno riguardato due nuclei familiari. Uno era composto da cittadini albanesi residenti in provincia di Grosseto, l’altro, residente a Inzago (Milano), era quello di Maria Giulia Sergio, alias “Fatima”, jihadista andata a combattere in Siria insieme al marito albanese. A legare le due famiglie proprio l’unione della giovane coppia “radicalizzata”: erano pronti a partire per il Medioriente, non stavano progettando attentati in Italia.

Non sono emersi elementi che possano far pensare a progetti di attentati in Italia” – ha detto Maurizio Romanelli, procuratore aggiunto di Milano a capo del dipartimento antiterrorismo. Che ha anche precisato: “non emergono neppure criticità sul reclutamento di migranti in Italia. È tutto rivolto verso l’estero, è evidente e preoccupante un flusso da tutta Europa verso il Califfato”. Sono 4mila i combattenti partiti da Paesi occidentali alla volta di Siria e Iraq: circa 70 sono italiani. Italia, quindi, terra di radicalizzazione e solo questo?

Forse, ancora una volta, è dietro l’angolo la sottovalutazione di un problema ben più complesso. Mentre scattavano gli arresti legati alla famiglia Sergio, anche a Roma finivano in manette 2 marocchini con l’accusa di terrorismo internazionale. Si ipotizza facessero parte di una cellula jihadista legata ad Al Qaeda: pare che avessero creato un sito (molto frequentato) per il reclutamento di aspiranti jihadisti. Però, nei loro progetti anche l’organizzazione di attentati in Nord Africa oltre che in Italia.

Rischiamo come gli altri”, ha recentemente ricordato il ministro della Difesa Roberta Pinotti.  Non è esattamente così secondo Stefano Dambruoso, questore della Camera: “In Italia il rischio attentati di matrice fondamentalista dal punto di vista qualitativo è esattamente lo stesso della Francia, nel senso che la situazione è uguale. Anche se il numero di immigrati di seconda e terza generazione da noi è inferiore, e questo finora ci ha favorito nella prevenzione degli attacchi”.

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