Violenza di genere, il Messico esce allo scoperto?

A 6 anni dall’approvazione, il governatore del Messico Ávila chiede l’attuazione dell’Allarme di Genere per 12 stati

di Sara Gullace

femminicidioIl Messico muove un passo avanti per riconoscere il femminicidio come omicidio di genere. Il cammino  per combattere in modo efficace una piaga dell’America Latina, e del Messico in modo particolare, quale la violenza sistematica sulle donne, è stato, e sicuramente continuerà ad esserlo, lento e tortuoso.

Lo scorso 9 Luglio, il Governatore dello Stato del Messico, Euruviel Ávila,  ha chiesto che venga riconosciuto ed attuato l’Allarme di Genere – una serie di misure decretate a livello normativo e giuridico contro il fenomeno della violenza sulle donne. L’attuazione è stata richiesta anche per altri 11 stati del Messico – Ecatepec, Nezahualcóyotl, Valle de Chalco, Toluca, Tlalnepantla, Chimalhuacán, Naucalpan, Tultitlán, Ixtapaluca, Cuautitlán Izcalli e Chalco sono tra i più popolosi tra le città messicane – e anche quelle dove si registra il tasso più alto di violenza di genere.

Insieme allo stato di Allarme, il governatore ha proposto di realizzare strutture, normative e istituzioni per combattere e prevenire crimini di genere, che avvengano tra le mura domestiche o per mano di sconosciuti. Avila ha motivato la sua richiesta “Per rafforzare le politiche pubbliche a favore delle donne e ottenere maggiori risorse per combattere il crimine a livello locale. In modo che l’azione sia rapida e efficace”.

L’iniziativa è stata chiaramente appoggiata dall’Osservatorio Nazionale per il Femminicidio, che studia il fenomeno da anni e da uguale tempo lamenta il ritardo governativo e richiede azioni concrete: “Interpretiamo la decisione del Governatore come la volontà di riconoscere la gravità del problema e di volerlo risolvere sia in termini di prevenzione che di sanzione”. Dopo aver sottolineato l’importanza della decisione, l’Osservatorio ha chiesto che venga pubblicato al più presto un atto ufficiale da parte del governatore sulle future misure.

Il sistema di Allarme era stato disegnato e predisposto nel 2009, affinché non ci fosse una seconda Juarez: nello stato di Chihuahua, infatti, dal 1993, Amnesty International ha contato l’uccisione di almeno 370 donne di bassa classe sociale o indigenti. Con i riflettori della critica internazionale puntati addosso, il Messico aveva dovuto reagire: l’Allarme aveva messo a disposizione degli stati federali strumenti per investigare e condannare gli episodi di violenza. Eppure, dal momento della promulgazione ad oggi, solamente sette Stati hanno portato avanti le iniziative previste: Colima, Distrito Federal, Jalisco, Morelos, Oaxaca, Sinaloa e Veracruz. Per il resto, il vuoto.

L’Osservatorio parla di una media di 6 crimini al giorno contro le donne femminicidioe di oltre 3800 assassinii tra il 2012 ed il 2013. Di questi, solo 613 sono stati indagati e solamente per l’1,6% c’è stata sentenza. Numeri che raccontano di un completo abbandono. Trascuratezza che ha suscitato il biasimo dell’opinione internazionale: lo scorso maggio, Amnesty  International era stata molto critica nel riconoscere come il femminicidio non fosse un tema centrale delle politiche statali messicane. Il direttore Quiroz aveva sollecitato una presa di posizione concreta, facendo notare come “riconoscere ed attuare l’Allerta non sarebbe un segnale di debolezza ma una consapevolezza dell’esistenza di un problema sociale”.  Dopo quest’ulteriore richiamo all’ordine torna ad accendersi una speranza.

Ma quale è stato il fattore di un così grave rallentamento? Portare alla luce una vera e propria piaga sociale di tali dimensioni, nel terzo millennio, equivale ad ammettere una grave arretratezza politico-sociale e giuridica. Ma ancora più a monte, esiste una lacuna culturale per cui è difficile, innanzitutto, concepire il femminicidio e poi definirne il concetto, distinguendolo da altre forme di violenza mortale.

Negli ultimi anni proprio l’Osservatorio si è battuto per regolare questo crimine in modo meno criptico, renderlo più riconoscibile e fare in modo, così, di aumentare il numero delle indagini e renderle più efficaci.

Anche un pregiudizio atavico e maschilista nei confronti delle donne ha il suo ruolo: comportamenti definiti provocatori piuttosto che una concezione dei diritti individuali sbilanciata a favore dell’uomo che, molto spesso, finisce per rendere difficilmente riconoscibile la vessazione o la violenza anche da parte delle stesse vittime.

Lavorare su questi aspetti significherebbe muovere un decisivo passo avanti verso la discriminazione di genere. Non solo in Messico.

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