Essere disabili non basta

di Graziano Rossi

Questo articolo nasce da un’esigenza. L’esigenza di spiegare alle persone che i disabili (o invalidi o diversamente abili) hanno delle problematiche, più o meno gravi. Ma sempre di problematiche si tratta.

Uno screenshot del sito dei Musei Capitolini dove è spiegato che il disabile/invalido più accompagnatore non paga l'entrata

Uno screenshot del sito dei Musei Capitolini dove è spiegato che il disabile/invalido più accompagnatore non paga l’entrata

Questo articolo nasce anche da un’ulteriore esigenza. L’esigenza di far capire alle Istituzioni (in questo caso mi riferisco a Roma Capitale) che i suoi dipendenti, specie quando si tratta di lavori face to face (ad esempio l’accoglienza o l’assistenza al pubblico), dovrebbero essere formati affinché problemi come quello accadutomi la scorsa domenica ai Musei Capitolini non avvengano.

I fatti. Domenica 2 agosto decido di andare a vedere l’Autoritratto di Leonardo Da Vinci, esposto in via eccezionale proprio ai Capitolini. Naturalmente, essendo estate, c’è una fila lunghissima e come in tutte le città (italiane o all’estero che siano), chiedo a un addetto presente all’entrata dove poter accedere al museo evitando la coda, perché la distrofia muscolare di cui soffro (con relativa certificazione di invalidità) non mi permette di affrontare eventuali ore di fila. L’addetto in questione mi guarda e mi dice di attendere un suo collega.

Quando arriva, mi fa notare che per vedere l’Autoritratto non posso far altro che mettermi in fila, perché l’esposizione non riguarda esclusivamente i Musei Capitolini ma è a parte. Io con tranquillità rispondo che sul sito dei musei ho letto che per i “portatori di handicap” e gli “accompagnatori” il biglietto è gratuito e che già in passato ho potuto evitare la fila: secondo lei non è così ma mi crede sulla parola.

Prima domanda: tu, impiegato comunale che lavori in un museo, come fai a non conoscere il regolamento? Ma andiamo avanti.

L’addetta mi accompagna in biglietteria e lì mi scontro con la dura realtà: un signore, da 1 ora e mezza in coda (così dice lui, ma gli credo) commenta ad alta voce che non dovevo “permettermi” di saltare la fila,  che sono “il solito furbo”, etc. E quando io e il mio accompagnatore gli spieghiamo che sono invalido e che non posso fare la coda, lui sbotta dicendo “Beh, lei non mi sembra tanto invalido”. Di fronte a una frase del genere non ho potuto far altro che abbassare gli occhi, perché mi sono sentito umiliato.

Qual è allora questa dura realtà? Quella delle persone che pensano che sei un disabile solo se è ben evidente il tuo problema, quando invece chiunque potrebbe avere un qualche tipo di invalidità  Certo, mica si può pretendere che uno sappia se hai una malattia rara o un “semplice” mal di schiena, ma si può, anzi, si deve pretendere che la “cultura del sospetto” tanto cara a noi italiani la smetta di farci essere così meschini nei confronti del prossimo.

musei-capitoliniIl suddetto signore era in compagnia di un’altra persona con invalidità ed entrambi non sapevano minimamente che avrebbero potuto saltare la fila. E qui arriviamo a una seconda domanda: perché le persone che dovrebbero essere di supporto ai visitatori non sono formate affinché chiedano a chi è in fila se qualcuno ha qualche problematica? Lo scorso anno durante un viaggio a Berlino, mentre ero in coda per entrare al Pergamonmuseum, c’era una persona preposta esclusivamente a chiedere se ci fossero persone anziane o disabili per evitargli ore sotto al sole. Infatti sono entrato con il mio accompagnatore evitando di stancarmi.

I motivi per i quali ho deciso di raccontare questa storia sono essenzialmente due. Il primo riguarda, a mio parere, la scarsa preparazione del personale di Roma Capitale, anche se la colpa penso sia più di chi non si cura di formarlo.

Come è possibile che nel 2015, l’accoglienza al pubblico (italiano o straniero) sia così arretrata? Perché per un comune cittadino, con dei diritti inalienabili come quello di andare a vedere una mostra, un concerto o semplicemente accedere a un luogo pubblico (la questione barriere architettoniche vi dice nulla?) debba, ancora oggi, essere così difficile?

La seconda motivazione concerne l’idea che si ha (sbagliata, evidentemente) della disabilità. Come ho scritto sopra, purtroppo sono infinite le tipologie di invalidità, e non tutte sono visibili. Eppure ci sono.

Ciò che mi è successo qualche giorno fa è solo una delle vicende che mi sono capitate negli anni. Solo che stavolta non sono riuscito a passarci sopra come altre volte. Se ci riflettiamo bene, quante volte in metropolitana o su un autobus una donna incinta o una persona anziana restano in piedi per il menefreghismo degli altri passeggeri? O una persona in carrozzina viene guardata in malo modo perché “occupa spazio”? Fino a quando nel nostro Paese (e mi duole dirlo, all’estero non mi è mai successa una cosa del genere) non ci sarà un maggiore senso civico delle persone, questi episodi continueranno ad accadere.

Cosa si potrebbe fare dunque per educare le persone ad aiutare invece che lasciarle nella loro indifferenza nei confronti di chi ha problemi? Lo Stato dovrebbe essere il primo a interessarsi ai propri cittadini. Le modalità poi, credo che non ci voglia molto a trovarle.

E il mio augurio è che questo articolo sia utile a chi,  la prossima volta che vedrà qualcuno “saltare” una fila perché invalido, invece di insultare, possa comprendere che gettare fango ed essere prevenuti è una “malattia” (mi si passi il termine) contagiosa che andrebbe debellata.

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2 risposte a “Essere disabili non basta

  1. Pingback: Essere disabili non basta | Ghigliottina.it | a...·

  2. Ho letto l’articolo e, purtroppo senza stupore! La triste realtà è che siamo un paese di persone ognuna diverse come appunto la natura ha deciso di crearci, a “tabula rasa”, ma lo scempio è quello di avere per la maggiore la caratteristica generica degli ignoranti! Primo fra tutti il nostro sistema statale, che non educa ai principi dei diritti umani e di solidarietà. Eppure la natura ci ha a tutti donato un valido strumento che ci permette di distinguerci da questo status di ignoranza: il cervello!
    Se provassimo ogni tanto ad usarlo correttamente e alimentarlo di buon senso ce la potremmo fare anche senza una “guida superiore” che ci istruisca a dovere! Lo stato non ha alcuna giustificazione ma non ci adagiamo a questa idea perché in tal caso a mio avviso saremmo anche sprovvisti di buon senso e di tanti altri valori che la vita ci riserva. Sta a noi perseguirli e farne tesoro!

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