Taxi Teheran: Panahi filma le contraddizioni dell’Iran

Dal 27 agosto nelle sale cinematografiche italiane il film di Jafar Panahi, Taxi Teheran. Un ritratto disordinato, potente e veritiero della sua patria: l’Iran. Il film racconta in forma di documentario una giornata tra le strade della capitale, seduti sul sedile passeggero di un taxi guidato dal regista, in incognito. Un’occasione per scoprire davvero cosa succede, e rimanerne piacevolmente sorpresi

di Gloria Frezza

Jafar Panahi, regista di Taxi Teheran

Jafar Panahi, regista di Taxi Teheran

Chi lo ha detto che l’estate non bisogna andare al cinema? L’abbandono compulsivo delle sale nei mesi caldi può e deve essere contrastato, questo duemilaquindici ricco di novità, ci consola anche in tal senso. Dal 27 agosto infatti, in sordina tra i vari film d’azione e comicità, compare l’insolito Taxi Teheran con poca pubblicità e l’arduo compito di farsi notare.

Il film, premiato con l’Orso d’oro a Berlino, si è reso protagonista di un episodio particolare e commovente. Il premio è stato ritirato dalla nipotina del regista (attrice anche nel film), poiché Jafar Panahi si trovava impossibilitato a lasciare il Paese, trattenuto dalla polizia iraniana proprio a causa di questa pellicola. La dolce bambina si è commossa sul palco della consegna, ed il suo pianto innocente ha impattato sulle coscienze con la stessa delicatezza del film stesso, e Panahi se ne sarà indubbiamente inorgoglito.

Cos’è dunque Taxi Teheran e con quali obiettivi arriva in Europa? Si presenta come un docu-film fittizio: il regista Panahi è alla guida di un taxi sgangherato, dotato di una piccola telecamerina sul cruscotto, sul sedile passeggero si avvicendano personaggi di ogni sorta, ambigui e stravaganti, che raccontano un’unica grande storia. Il protagonista della storia è l’Iran, Paese contraddittorio e difficile che tutti i giorni mette alla prova i propri abitanti, in bilico tra progresso e tradizione.

I piccoli destini degli improbabili clienti insegnano: a volte aspramente, come nel caso dell’uomo morente trasportato dalla moglie a cui non può lasciare in eredità i suoi beni; altre volte dolcemente, come nel sognante racconto della donna dei fiori, che aiuta le famiglie dei carcerati. Panahi è un protagonista-fantasma, compenetrato alla telecamera, parla pochissimo dei suoi intenti e non si schiera dopo i racconti dei suoi clienti. È quel che si dice, a tutti gli effetti, un testimone scomodo, che dovrebbe avere il buon senso di non mostrare il materiale raccolto, ma si impone invece trasformandolo in un film.

locandina taxi teheranIl film si stratifica ancora di più con la comparsa della nipotina, che a scuola ha ricevuto l’incarico di girare un corto dalla sua maestra, corredato di ferree regole da seguire per compiere un buon lavoro. La bambina insiste nel voler leggere il regolamento allo zio, qualsiasi situazione minimamente realistica o vagamente polemica è assolutamente vietata. Panahi sa che quel codice resta in vigore anche per i film veri e propri e, mentre spiega a sua nipote come seguirlo, si sta impegnando per violarlo.

C’è una verità sotto queste persone, un malcontento che ribolle sotto un’ingiustizia immeritata ed inammettibile. È la grande verità dei Paesi “nuovi”, che serpeggia tra le strade caotiche di ogni giorno, un filo comune che si tende lentamente verso la Libertà. Jafar Panahi parla di questo all’Europa, di un popolo con esigenze e desideri, che opera ogni giorno la propria piccola ribellione, con ogni mezzo utilizzabile. Lancia quasi un avvertimento, che suona un po’ come un potente refrain: “Vogliamo, fortissimamente vogliamo”.

Un compito arduo per un film di 90 minuti, quello di raccontare ed intrattenere con un argomento così delicato e difficile. Tuttavia Panahi non fallisce, e dal grande calderone fa emergere anche dell’ironia sottile, che si manifesta nelle situazioni più assurde a cui il taxi viene sottoposto. La risata ha una doppia lama: così l’incredibile evento che ha portato il sorriso, con la stessa forza lo cancella, aiutato dalla consapevolezza che invece, succede davvero.

Ancora una volta l’Orso d’oro si conferma interprete consapevole del cinema moderno, ed il premio concesso al regista vi troverà certamente concordi. Taxi Teheran dimostra l’esistenza di una sola realtà, osservabile da infiniti punti di vista, piccoli e distinti come gli abitanti della città. Punti da cui sentirsi sicuri di guardare, ma anche segretamente a parte di una potenza in eruzione. Un appuntamento con la consapevolezza, da non perdere!

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