Neet, un’altra generazione perduta

Secondo l’ultimo rapporto di Eurofound cresce il rischio di “povertà ed esclusione sociale” per i giovani tra i 15 e i 29 anni. Presto potrebbero diventare la “nuova” generazione “perduta”. Un’altra

di Guglielmo Sano

neetCirca 6 anni fa l’Unione Europea si è posta l’obiettivo di migliorare entro il 2020 le condizioni di 20 milioni di persone “a rischio povertà ed esclusione sociale”. Tuttavia, dall’inizio della crisi nel 2008, il numero delle persone “a rischio” è aumentato in 20 Paesi UE su 28. In alcuni casi,  addirittura, drasticamente.

In particolare, restare fuori dal mercato del lavoro – dunque fuori dalla “società” – sembra essere il destino dei più giovani. Secondo i dati diffusi recentemente da Eurofound (l’organo UE per le politiche sociali e lavorative), sembra essere il destino di chi ha tra i 15 e i 29 anni. La “nuova” generazione perduta.

La gravità della situazione diventa più chiara se si considera che attualmente in Europa  8,7 milioni di giovani non riescono a trovare un impiego – mentre sono 13,7 milioni i cosiddetti i NEET, ossia i giovani non attivamente coinvolti nella ricerca del lavoro o in attività finalizzate alla formazione professionale. In totale, quasi 27 milioni di giovani (su 90 circa) sono a rischio povertà o esclusione sociale (secondo lo Youth Report 2015 dell’UE).

Le conseguenze individuali e sociali di questa condizione – che si vorrebbe “temporanea” – sono pesantissime. Oltre che alla disaffezione verso le istituzioni (con conseguente pericolo di “radicalizzazione violenta”), ai problemi di salute (incluse varie forme di “disagio psicologico“), il tardivo inserimento in un percorso di formazione o in un contesto lavorativo pregiudica le “prospettive” di un’intera vita.

Insomma: più tardi si viene “coinvolti” all’interno delle dinamiche sociali che hanno al centro il “lavoro”, più diviene difficile uscire da una spirale fatta da disuguaglianza e iniquità – bassi salari, frequenti licenziamenti, difficoltà a trovare  un impiego “di qualità”. Questo è quello che, al momento, affermano molti autorevoli studi sull’argomento.

Ancora non conosciamo approfonditamente il danno causato dalla crisi economica ai più giovani. Sappiamo con certezza, però, che sono stati colpiti duramente. Nel 2007 la partecipazione giovanile al “mondo del lavoro” continentale si attestava a quota 37,2%, nel 2014 era scesa fino al 32,5%.

D’altro canto, la disoccupazione giovanile negli stessi anni è molto cresciuta: dal 15,6% si è passati al 21,6%. Sostanzialmente, una larga fascia di giovani europei non solo sta avendo difficoltà a “crescere”, a diventare “adulta” – innanzitutto, trovando la propria indipendenza economica – ma sta anche per essere completamente “marginalizzata” dal punto di vista sociale e politico.

Di questi, come si diceva, sono quelli che hanno un’età compresa tra i 15 e i 29 anni ad essere maggiormente “a rischio povertà ed esclusione sociale”. Dall’inizio della crisi, in questa fascia di età, sono sensibilmente aumentati i NEET: dal 10,9 del 2007 si è passati al 12,4% del 2014. Particolarmente rilevanti i dati che riguardano i NEET in Italia: siamo passati dal 16,2% al 22,1%. Il dato è da (triste) “primato”: tra i Paesi con un “very high rate”, dietro di noi, Spagna, Grecia, Croazia e Bulgaria. Anche la Romania va meglio.

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