#IBELONG, il rapporto UNHCR sugli apolidi

Persone invisibili, cui viene negata ogni forma di diritto umano: sono gli apolidi, individui privi di cittadinanza. Un rapporto dell’UNHCR ne ha fotografato la condizione

di Angela Caporale

unhcr apolidia IBelongInvisibili. Persone, prive dei più basilari diritti umani. Vivi, senza la possibilità di dimostrarlo. Abitanti di un villaggio, di una città, di una regione, ma non cittadini.

Apolidi. Ogni dieci minuti, da qualche parte nel mondo, un bambino nasce in questa condizione. Non registrato, senza cittadinanza. A quel bambino vengono così negati sin dai primi istanti di vita molti diritti fondamentali. Questa è la denuncia dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, UNHCR, che proprio in questi giorni ha reso pubblico il rapporto “I am here, I belong – The urgent need to end childhood statelessness”. Si tratta della prima indagine su scala globale finalizzata a fotografare dati e storie di un fenomeno che, nel silenzio assoluto, coinvolge e sconvolge la vita di più di venti milioni di bambini nel mondo (dati UNICEF).

Alcuni di essi hanno ereditato questa condizione dai genitori, altri sono bambini figli di rifugiati in fuga dalle guerre, nomadi o appartenenti a minoranze etniche nei paesi sottosviluppati, mai registrati su quel “pezzo di carta” e venuti al mondo senza nome, data di nascita, residenza e stato di famiglia. La situazione più drammatica si riscontra nell’Africa Sud-Sahariana (in Somalia, ad esempio, vengono registrati solo tre bambini su 100) e in Asia Meridionale – in particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Negli ultimi anni, invece, un segnale positivo viene lanciato dall’America Latina, che in meno di 10 anni ha quasi interamente risolto il problema portando il tasso di registrazione medio alle soglie del 90%.

Alle radici di questa condizione spesso vi è un caso di discriminazione: la maggior parte della popolazione globale senza stato appartiene, infatti, ad una minoranza etnica o religiosa. La debolezza di alcune legislazioni nazionali gioca un ulteriore ruolo determinante: nel 20% dei casi, sono proprio le norme locali a prevedere restrizioni per la concessione della cittadinanza ad un gruppo piuttosto che ad un altro sulla base di caratteristiche socio-culturali. In alcuni paesi, come il Libano, per la madre è complicato trasmettere la cittadinanza al figlio. È il caso di Amal, cittadina del paese dei cedri: “Mio figlio – Rama, di nove anninon ha una nazionalità perché suo padre, e suo nonno prima di lui, erano apolidi e io non posso fare nulla per lui. Nel sistema libanese, la madre non può trasmettere la cittadinanza ai figli. Se la situazione non cambia, a loro non resta alcun futuro“.

Proprio un futuro all’altezza di aspirazioni e possibilità è ciò a cui un bambino apolide non può aspirare. I primi ostacoli compaiono a scuola: in alcuni istituti non possono accedere, in altri non sono ammessi agli esami finali. Spesso vengono loro richieste tasse più elevate, rendendo così economicamente insostenibile l’istruzione. In altri casi ancora, sono le regole di borse di studio e finanziamenti a penalizzare gli studenti “senza Stato”.

Stranieri senza nessun paese che ne rivendichi la paternità, gli apolidi sono spesso costretti ad affrontare spese elevatissime per vedersi assicurate le cure più basilari o, semplicemente, per poter partorire in ospedale. Ammesso poi che il bambino apolide riesca a studiare, a crescere sano, a vincere le discriminazioni sarà poi il mondo del lavoro a chiudergli la porta in faccia: barriere e limiti riducono sensibilmente l’opportunità di trovare un’opportunità lavorativa che possa rompere il circolo vizioso di marginalità e povertà nel quale si è cresciuti. “Le porte del mondo sono chiuse per me, racconta Jirair, 19 anni dalla Georgia, Tutti vanno via e quando tornano qui hanno così tante novità da raccontare! Ascolto le loro storie e dentro piango. Sogno di fare il lottatore, ancora spero di diventare almeno un buon allenatore per i più piccoli, un buon esempio. L’unica cosa di cui ho bisogno per realizzare i miei sogni è la cittadinanza“.

UNHCR #IBELONG apolidiaProprio per aiutare Jirair e gli altri milioni di bambini e ragazzi nella sua stessa situazione a realizzare i loro sogni, l’UNHCR ha lanciato la campagna #IBELONG, con l’obiettivo di sensibilizzare il mondo dei cittadini su questo problema sommerso. Le soluzioni esistono, a partire da una semplificazione delle leggi di attribuzione della cittadinanza fondate sul principio dello Ius soli. È possibile anche contrastare il fenomeno della mancata registrazione delle nascite, una delle cause concrete e spesso accidentali dell’apolidia.

In particolare in Africa le famiglie più povere percepiscono le spese di registrazione come un extra non necessario. Inoltre per concludere la pratica, talvolta è necessario percorrere ampie distanze, a piedi o su mezzi di trasporto di fortuna, per raggiungere l’ufficio più vicino. Il tutto rappresenta un costo eccessivo per famiglie che vivono sotto la soglia della povertà. Tuttavia, un bambino non registrato è un cittadino che non voterà mai, di conseguenza la non registrazione diventa un metodo per tenere sotto controllo gli equilibri etnici dal punto di vista politico. Vista la situazione di instabilità, vi sono famiglie che scelgono di non registrare i nuovi nati per proteggerli dal rischio di discriminazioni o persecuzioni. Infine ci sono uffici che semplicemente non rilasciano i certificati.

Esistono degli esempi positivi, delle best practices che illustrano un’alternativa concreta. In due anni, per esempio, 3.597 bambini siriani nati nel campo di Zatari sono stati registrati dall’UNHCR. Con questo certificato, potranno avere accesso alla sanità e all’educazione e veder riconosciuta la loro identità e cittadinanza. Uno dei progetti più innovativi è quello che prevede la registrazione tramite SMS. Attivo in Kosovo lo UNICEF Innovation labs ha ottenuto un buon riscontro da parte della popolazione e dei risultati rilevanti.

È presto per poter valutare i risultati, ma proposte del genere potrebbero decisamente semplificare le pratiche e garantire ai bambini un futuro migliore.

Sì, perché questo è il cuore del problema. Senza un certificato di nascita, senza un nome registrato, un bambino è esposto ad angherie, rischi e pericoli ed è solo, senza diritti, di fronte alla vita. Una vita che rischia di diventare soltanto il fantasma di ciò che potrebbe essere realmente.

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