L’Italia riparte davvero?

Tra dati Istat, previsioni del governo, annunci entusiastici ed ottimismi ad oltranza ci si domanda: ma l’Italia è ripartita davvero?

di Marco Assab

Matteo Renzi e L'italia che riparteNel 1962 allo Zecchino D’oro un bambino cantava: “Fammi crescere i denti davanti, te ne prego bambino Gesù”. Nel 2015, in prossimità del Natale, l’Italia canta: “Fammi crescere un punto di Pil te ne prego bambino Gesù”…

Il Pil – Ma insomma di quanto crescerà il prodotto interno lordo nel 2015? L’Istat nei giorni scorsi aveva diffuso cifre al ribasso rispetto agli obiettivi che si era posto il governo nella Legge di Stabilità. Nel terzo trimestre 2015 il Pil è cresciuto dello 0,2%. Considerati i dati trimestrali, dunque, la crescita annua dovrebbe essere dello 0,7% e non dello 0,9% come prevedeva il governo. Tuttavia, in una nota diffusa il 5 Dicembre, l’istituto di statistica ha precisato: “La previsione, diffusa ieri, di una crescita annua dello 0,7% riferita ai dati trimestrali equivarrebbe a una stima dello 0,8% in termini di variazione Pil annuale non corretto per gli effetti calendario detto Pil grezzo”. Ostrogoto? No. Significa semplicemente che nel 2015 ci sono 3 giorni lavorativi in più rispetto al 2014, dunque se consideriamo anche questi 3 giorni di lavoro, i quali hanno un impatto positivo sul prodotto interno lordo, si può prevedere una crescita dello 0,8%.

Bazzecole – Che sia 0,7%, 0,8% o 0,9% parliamo pur sempre di bazzecole, di crescite da prefisso telefonico. Per cui non è sul balletto delle cifre che deve soffermarsi la nostra attenzione, ma su una analisi di più ampio respiro. Tutto il resto è polemica strumentale.

Fuori dalla recessione – Per quanto riguarda il Pil, il dato evidente è che siamo fuori dalla recessione. Per onestà intellettuale va detto poi che il merito non è esclusivamente delle misure prese dal governo. Tali misure hanno avuto un indubbio effetto positivo, ma la verità è che la nostra economia, legata a doppio filo con quella statunitense e del “blocco occidentale”, inizia a risentire positivamente della ripartenza americana. Nei mesi scorsi abbiamo assistito ad un boom di occupati negli Usa, l’economia a stelle e strisce è ripartita prepotentemente e questo ha ricadute positive anche sul nostro Paese. Dopo tre anni consecutivi di contrazione (-2,5% nel 2012, -1,9% nel 2013 e -0,4% nel 2014) il Pil torna a crescere, di pochissimo certo, ma l’emorragia sembra essersi arrestata.

L’Italia riparte davvero? – È presto ancora per dirlo. Perché negli anni recenti si sono già verificati risultati altalenanti. Nel 2009, quando i colpi della crisi si abbatterono tremendi sul Bel Paese, il Pil crollò del 6,3%, per poi risalire nel 2010 dell’1%, nel 2011 salì ancora dello 0,4% salvo poi contrarsi nei successivi tre anni (vedi sopra). Però, rispetto a quel periodo, lo scenario macroeconomico è nettamente cambiato. Quindi, pur non assecondando totalmente gli annunci entusiastici del governo e l’ottimismo ad oltranza di Matteo Renzi, si deve riconoscere che alcuni segnali di ripresa ci sono.

Disoccupazione – Nell’Ottobre del 2014 la disoccupazione era del 13%. Un anno dopo il tasso scende all’11,5%. Bene senza dubbio, ma è la disoccupazione giovanile, ancora oltre il 40%, a preoccupare. Così come desta una certa inquietudine il fenomeno dell’emigrazione, che nel 2014 ha fatto registrare un dato molto indicativo: ci sono stati più emigranti che immigrati. Luci ed ombre dunque.

Pier Carlo Padoan e i dati Censis sul Pil in ItaliaLa chiave sono i consumi – Il motore di un sistema capitalistico non è tanto la produzione, quanto i consumi. Questi stanno lentamente ripartendo e secondo quanto analizzato nei giorni scorsi dal Censis il patrimonio delle famiglie italiane è, complessivamente, quasi il doppio del debito pubblico (4 mila miliardi). Verrebbe dunque da dire che gli italiani, popolo notoriamente di grandi risparmiatori, dovrebbero avere un po’ meno il braccino corto e ricominciare a spendere qualcosa in più. Eppure, accanto a questo dato, ce n’è un altro che stempera ogni entusiasmo: circa 5 milioni di famiglie italiane non riescono ad arrivare alla fine del mese. Insomma i consumi ripartono ma non si riducono le diseguaglianze sociali. Anche qui dunque un dipinto in chiaroscuro della situazione.

Scenari internazionali – Più che le paure legate al terrorismo, ad incidere negativamente sulla nostra economia sono il rallentamento della Cina (e delle economie emergenti in generale) e le acredini tra il blocco occidentale e la Russia. L’export italiano infatti ha risentito di tutto questo. Per tale motivo si spera in un aumento della domanda interna, magari in concomitanza con le festività natalizie. Per farla breve: le famiglie italiane comprino un cotechino in più a testa, buttino il vecchio alberaccio sintetico made in China riutilizzato da 10 anni a questa parte e facciano incetta di panettoni.

Futuro non prevedibile – Ironia a parte, l’Italia non è ancora davvero ripartita. Come abbiamo già detto ai segnali di luce si affiancano ombre persistenti. Si ha l’impressione di essere in una fase di transizione, la cui durata è difficile da prevedere. Stiamo traghettando dalle sponde della crisi a quelle della ripresa, le vediamo da lontano, ci stiamo avvicinando, ma non ci siamo ancora. Nota positiva: il mare (mercati finanziari) è calmo.

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