Calais, l’emergenza dell’abitudine

Davanti al canale della Manica, da Calais i migranti cercano in ogni modo di raggiungere il Regno Unito. Reportage dalla costa settentrionale della Francia 

di Astrid Pannullo

(fonte immagine: /www.flickr.com/photos/jey-oh)

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L’Inghilterra è confusa. Tra una manifestazione per il clima e una protesta contro i bombardamenti in Siria, l’atmosfera dell’Avvento non è quella tipica del London Christmas Carol. A Oxford Circus, sotto le bolle di luce, un batterista 16enne suona jazz. Niente Jingle Bells o banalità: un sound duro che richiama alla protesta, al ragionamento, all’interrogativo. James mi dice: “Quest’anno non riescono a venderci Hogwarts (citazione dalla saga di Harry Potter, ndr). Quest’anno ci sentiamo in trincea“. E forse il Regno Unito è davvero in trincea, dilaniato tra la richiesta di cooperazione della Francia dopo gli attentati del 13 novembre e la paura della rivalsa dei nazionalismi che vedono il Front National di Marine Le Pen crescere anche in quella zona così vicina alla Gran Bretagna, quella Manica dove sfocia l’Eurotunnel, il cordone ombelicale che strattona l’Inghilterra verso l’Europa unita.

Fa freddo a Londra, ma neppure troppo. Gli homeless non ciondolano per strada tutto il giorno. Il sistema dell’accoglienza funziona. Oppure no? Lo chiediamo ad un volontario che con un sorriso impacciato, fuori dalla stazione di Seven Sisters, in una zona non lontana dal centro ma già distante dalle luci natalizie, sta inginocchiato accanto ad un uomo palesemente eritreo. “L’accoglienza funziona in maniera diversa su due binari. Gli homeless non sono tutti uguali. Qui non vogliono rifugiati e c’è sempre un controllo sulle identità. Quest’uomo non ha né VISA né una richiesta d’asilo. Non so come sia entrato, ma di certo lo rispedirebbero indietro se venisse identificato. Posso solo proporgli di venire in chiesa“. La chiesa, o meglio alcune parrocchie, si sono attivate per creare centri di accoglienza, dove fornire supporto materiale, ma non solo. Una volta alla settimana c’è l’aiuto legale, per provare a districarsi nella gimcana dei permessi legali.

Un migrante non è sempre ben visto. E i diritti non sono codificati in una carta certa. Occorre interpretare e conoscere. Sapere dove andare e quando per ottenere un timbro, presentare una domanda, avere i documenti in regola per avanzarla. E non è facile. Non lo è affatto. Jake ci fa il nome di diverse associazioni e ognuna sembra aver appaltato una parte dell’accoglienza. Ma no: non è un appalto. Lo Stato non ha rilasciato alcuna autorizzazione. È pura carità messa nelle mani dei volontari, gente semplice dotata di quello spirito critico e di quell’umanità che non riesce a distogliere lo sguardo. Tamsin va a Calais con la macchina carica di cibo e maglioni ogni due settimane. La raccolta la fa in casa. Ha iniziato per caso, sensibilizzata da certe immagini della jungle francese. E ora non riesce a smettere. Vorrebbe fare di più per loro, questa massa umana che porta sul corpo i segni piagati della speranza, ma sa che gli sforzi, così sfilacciati senza un coordinamento, producono effetti relativi. Intanto a Calais si continua a morire, investiti da un tir o per le botte a seguito agli scontri, serali e seriali, con la polizia.

Ma di queste vite spezzate non arriva notizia: giusto un trafiletto sui giornali della costa, dove campeggiano invece i titoli delle elezioni regionali francesi. Donne bionde, occhi azzurri e una certa ferocia che fa presa sull’esasperazione di una comunità, quella della Manica, che è ricca e stufa dell’associazione con l’emergenza del campo. Anche se distante dal piccolo centro marittimo, anche se incastrato tra una superstrada e gli impianti delle fabbriche, l’appezzamento di terreno occupato dai migranti alle porte della cittadina nella zona di confine con i Paesi Bassi dà molto fastidio. Una comunità che vive nel fango. Seimila anime che si arrabattano per la giornata, in attesa di tentare l’attraversamento. Non si lanciano più sui treni diretti all’Eurotunnel.

Sono spaventati dalla morte di molti amici. E non riescono quasi più a salire sui tir diretti verso l’Inghilterra: il molo e la zona imbarchi è stretta tra vari cordoni di filo spinato, recinzioni poderose e pattugliamenti costanti. I presidi della Gendarmerie sono h24. Persino ai giornalisti viene chiesto di identificarsi quando si addentrano nel campo. Figurarsi se è facile, ora, oggi, intrufolarsi su un camion. Ma ognuno, in quel susseguirsi di baracche e scoli all’aria aperta, sogna ogni giorno la sua destinazione finale: Londra. Non sanno cosa li aspetta al di là. Ma sanno che vogliono andare. E forse, stanotte, domani, ci riusciranno.

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3 risposte a “Calais, l’emergenza dell’abitudine

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