Pena di morte: USA verso l’abolizione?

Nel 2015 il numero delle condanne capitali emesse negli USA è sceso ai minimi storici. Anche un giudice della corte suprema si è espresso contro la pena di morte. Presto, altri 3 potrebbero seguire il suo esempio

di Guglielmo Sano

pena di morteSecondo i dati del Death Penalty Information Center (DPIC), nel 2015, solo 6 dei 31 stati americani che prevedono la pena “estrema” hanno eseguito delle condanne a morte. Su tutto il suolo statunitense ci sono state 28 esecuzioni capitali: è il dato più basso dal 1991. Il picco si era registrato nel 1999, quando se ne verificarono 98. Sempre quest’anno, le condanne a morte sono state 49, ossia il 33% in meno rispetto al dato del 2014, ossia 73 – che di per sé era già il livello più basso riscontrato da circa 40 anni (nel 1996 erano state addirittura 315).

Il 93% delle esecuzioni capitali si è verificato in 4 stati. Il primato spetta al Texas, nel “Lone Star State” quest’anno sono state eseguite 13 condanne a morte, 3 in più rispetto al 2014. Seguono il Missouri, che da 10 è passato a 5, la Georgia, che da 2 è salita a 5,  e la Florida, 8 esecuzioni capitali nel 2014 – solo 2 nel 2015. In Oklahoma e in Virginia è stata applicata la pena di morte solo una volta per ciascuno stato. Le corti di Ohio e Arizona, stati che la contemplano nei propri ordinamenti, nel corso dell’anno non hanno mai espresso una condanna alla pena capitale (una per ciascuno stato nel 2014).

“L’uso della pena di morte sta diventando sempre più raro e sempre più isolato negli Stati Uniti” – ha commentato Robert Dunham, direttore del DPIC. “Questi non sono solo segnali – ha proseguito Dunham ma riflettono un ampio cambiamento di atteggiamento in tutto il paese”. In effetti è la 12esima volta, in 16 anni che cala il numero delle condanne a morte negli USA. Anche i sondaggi più recenti sull’argomento sembrano dare ragione a Dunham.

Stando alle rilevazioni statistiche pubblicate a marzo dal Pew Research Center, nel 2015 il 56% degli americani si è dichiarato favorevole alla pena di morte – solo il 38%, dunque, si è dichiarato contrario. Se dal dato emerge che la maggioranza dei cittadini americani ancora appoggia la condanna capitale, d’altra parte, per evidenziare il cambiamento profondo che sta affrontando la società “a stelle e strisce” basta dire che, nel 1995, era a favore il 78% dei cittadini USA, mentre solo il 18% era apertamente contrario alla pena di morte.

Frank R. Baumgarten, professore di Political Science all’Università della North Carolina, in un recente articolo apparso sul Washington Post ha mostrato che negli ultimi 20 anni le condanne capitali sono calate in coincidenza col sempre minore consenso accordato alla pena di morte dall’opinione pubblica e, si sa, “dove va l’opinione pubblica, i leader politici cercano di recuperare”. Questa analisi in qualche modo contraddice l’impressione di molti per cui la contrarietà alla pena di morte negli Stati Uniti si sia diffusa in coincidenza con la scarsa disponibilità di “farmaci” letali.

Le industrie del settore, soprattutto quelle europee, da tempo si rifiutano di fornirli; ultimamente, anche una delle più importanti associazioni di farmacisti americani ha scoraggiato i propri membri dall’erogare prodotti adatti alle esecuzioni. In assenza dei “cocktail” velenosi più collaudati per le iniezioni letali, alcuni stati hanno rispolverato metodi oggettivamente più “brutali” (sedia elettrica, plotoni d’esecuzione, gas) oppure hanno tentato la sperimentazione di nuove miscele, con risultati “scadenti” – da precisare che l’ottavo emendamento della Costituzione protegge i cittadini americani dalle punizioni “crudeli e inusuali”.

Tuttavia, non è solo questo il motivo della sempre maggiore contrarietà alla pena di morte degli americani. La criticità è divenuta palese ad agosto, quando lo stato del Connecticut (che ha eseguito solo una condanna a morte dal 1960 in poi) ha messo al bando la pena capitale per la sua natura pregiudiziale nei confronti delle minoranze razziali ed etniche. A tal proposito, in un altro studio Baumgarten ha evidenziato che su 8466 condanne a morte emesse negli USA dal 1973 al 2013, solo 1359 sono state effettivamente eseguite. Già questo dato basta per capire la natura eccessivamente discrezionale ed arbitraria dello “strumento”.

Proprio in base a questo punto, Stephen Breyer, uno dei giudici della Corte Suprema, vorrebbe riaprire il dibattito giuridico sulla pena di morte: il fatto che venga applicata in modo “sporadico” – ha dichiarato Breyer – di per sé la rende “contraria allo stato di diritto”. Presto, altri 3 giudici “progressisti” potrebbero seguire il suo esempio: in tutto sono 9 i togati che formano l’alta corte che già nel 1972 ha abolito la pena di morte (venne reintrodotta, con nuove garanzie, nel 1976). Ancora una volta, sarebbe decisivo il voto del giudice Anthony Kennedy.

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