Francia, Valls ed El Khomri riformano il lavoro

Rivisitata rispetto al primo disegno, in Francia la nuova legge sul lavoro passa senza approvazione. E prosegue il dissenso di Sindacati e deputati

di Sara Gullace

Loi Khomri

A sinistra Myriam El Khomri, ministro del Lavoro, a destra Manuel Valls, Primo ministro francese

La riforma del lavoro siglata Myriam El Khomri è ufficiale. Approvata dal Parlamento senza votazione dopo essere stata rigettata dal Senato, la Loi Travail passa grazie all’art. 49.3 della Costituzione. Così come accaduto per la Loi Macron, il Governo Valls ha nuovamente forzato la mano. Trovando il dissenso dell’opinione pubblica e dello stesso Parlamento: lo scorso lunedì oltre 100 deputati tra repubblicani, liberali e socialisti hanno occupato il Consiglio Costituzionale, contestando l’assenza di dibattito.

Dopo cinque mesi di critiche, tensioni parlamentari, manifestazioni e scioperi, il nuovo testo firmato dalla ministra El Khomri è stato rivisto e verrà attuato con diverse modifiche rispetto al progetto iniziale. Il cuore della riforma, che punta a proteggere la flessibilità delle aziende nei confronti dei lavoratori e ad aumentarne la capacità negoziale, comunque permane.

Quando era stato presentato il primo disegno, lo scorso Febbraio, le associazioni sindacali erano insorte. “Si tratta di tornare al diciannovesimo secolo”, aveva riassunto il leader della Confederazione Generale del Lavoro (CGL), Philippe Martinez. Anche la Confederazione Democratica del Lavoro, con il segretario Laurent Berger, aveva espresso il disappunto verso una riforma “completamente sbilanciata a favore delle aziende, a scapito del lavoratore. Una proposta – diceva – definita senza alcuna concertazione con le parti sociali”.

Sulle battute iniziali il fronte sindacale si è dimostrato compatto, non riuscendo tuttavia a mantenere una linea comune – in particolare, la spaccatura è stata decretata da divergenze tra quanti pretendessero un annullamento totale della riforma e quanti puntassero ad eliminare solamente il licenziamento collettivo per ragioni economiche e la revisione delle indennità. L’incomprensione tra intransigenti e riformisti ha giocato a favore della riforma. Nel frattempo, infatti, il Governo ha aggiustato il tiro, apportando dei cambiamenti per avvicinare almeno la componente più moderata.

Secondo Manuel Valls il progetto di legge era indispensabile: “Un grande passo avanti per la riforma del nostro Paese: ci saranno più diritti per i lavoratori, più visibilità per le PMI e, in generale, più lavoro”. In realtà i diritti del personale dipendente sono indeboliti. Nella forma, tanti parametri vengono salvaguardati ma l’ampio margine di decisionalità da parte del datore di lavoro sbilancia notevolmente il rapporto.

(fonte immagine: 20minutes.fr)

(fonte immagine: 20minutes.fr)

La riforma, infatti, tocca punti essenziali dei diritti dei lavoratori nonché grimaldello delle conquiste sindacali della Sinistra. In primo luogo, saranno contemplati licenziamenti collettivi per motivi economici o cambiamenti aziendali (tra cui è contemplata l’innovazione tecnologica): in caso di difficoltà di mercato, le aziende avranno la possibilità di mandare a casa i lavoratori invece di ricollocarli in azienda. Il testo rivisto ha incorporato alcune modifiche, mettendo dei limiti legali a livello nazionale ai margini di manovra.

Anche la conquista delle 35 ore settimanali lavorative è stata messa pesantemente in discussione, benché non abolita: per “eccezionali” ragioni organizzative, infatti, invece di assumere altro personale si potrà pretendere un allungamento dell’orario ai lavoratori in forza, contemplando il licenziamento in caso di diniego. L’indennità per licenziamento, tra l’altro, verrà definita di volta in volta dal giudice senza prevedere un assegnazione minima (prima definita di almeno 6 mesi). La retribuzione dell’orario straordinario verrà abbassata. Attualmente, le ore extra vengono pagate dal 25 al 50%: con la riforma, l’azienda potrà scendere al minimo del 10%.

Ai sindacati è lasciato poco spazio: la contrattazione di tutti questi aspetti sarà individuale, tra datore di lavoro e impiegato. Soprattutto quest’ultimo punto, art. 2 della riforma, è stato il più contestato: il potere decisionale in fase di negoziazione diventa assolutamente sbilanciato a favore dell’azienda. Il datore di lavoro avrà ampio margine di manovra su orario normale ed extra, retribuzione, ferie, congedi e maggiorazione su straordinari. Significa che, per quanto il contratto nazionale collettivo continui ad esistere, le aziende potranno riparametrare a seconda delle proprie esigenze ed i lavoratori potrebbero avere dei contratti individuali svantaggiosi rispetto ai nazionali.

Per quanto i sindacati perdano peso, la loro presenza è aumentata: è stato concesso un 20% in più di tempo da poter dedicare a tale attività per gli iscritti. E dopo le numerose manifestazioni da parte delle organizzazioni giovanili di questi mesi, nasce la “Garanzia giovani” per la quale i giovani disoccupati non specializzati avranno accesso ad reddito minimo e ad occupazioni in azienda per il periodo di un anno. Due misure che dovrebbero servire a calmare gli animi. Al momento, senza riuscirci. La CGL ha preso le distanze: “Il Governo ha perso la battaglia ideologica e credito verso la popolazione. Ancora una volta – ha sottolineato Martinez – ha mostrato il suo lato antidemocratico”.

La situazione è tutt’altro che sopita ed i sindacati promettono nuove manifestazioni già a Settembre.

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