Eccoci, Mr. Foer!

Dopo undici anni di assenza dal palcoscenico della narrativa, Jonathan Safran Foer torna finalmente in libreria con “Eccomi” e lo presenta ai lettori del Festivaletteratura di Mantova: un’analisi personale e sociale sull’incapacità di essere consapevolmente presente nella propria vita e nell’interazione con gli altri

di Alessandra Giannitelli
su Twitter @Alessandrag_83

copertina-eccomi-foerLe occasioni giuste – frutto di lunghe attese e rifugio di grandi emozioni – si riconoscono dai particolari che sembrano sfuggire e che ci tornano in mente un attimo più tardi: è il caso di un ragazzo americano di origini ebraiche che, a un quarto d’ora dall’inizio della presentazione, se ne sta tranquillamente di fianco al piccolo palco allestito per l’occasione a chiacchierare con addetti ai lavori e sconosciuti.

Come se non fosse uno degli scrittori americani più chiacchierati degli ultimi quattordici anni, come se non dovesse salirci lui su quel palco – tra lo scrittore Marcello Fois e la traduttrice Chiara Gandolfi – a sussurrare in un microfono, in un inglese chiaro e diretto, davanti a una piazza Castello traboccante di lettori. Come se non fosse Jonathan Safran Foer.

Da anni assente dalle scene letterarie, fortemente innamorato dei suoi lettori italiani e di una Mantova che già nel 2008 lo aveva ospitato nell’ambito del medesimo Festivaletteratura, Foer si intrattiene con chiunque lo avvicini anche solo per un saluto veloce, in attesa della quarta presentazione italiana di Eccomi, (Mantova, 3 settembre 2016) pubblicato in Italia il 29 agosto da Guanda – un’anteprima rispetto alla pubblicazione del 6 settembre 2016 negli Stati Uniti (Here I am, Farrar, Straus and Giroux Books).

È una scrittura più lenta delle precedenti, quella che accompagna il lettore tra le mura della famiglia Bloch nel pieno di un’inconsapevole dissoluzione, per lasciare spazio a tutto ciò che a un primo sguardo può sembrare superfluo e trascurabile, addirittura d’intralcio alla propria realizzazione personale, e che in realtà costituisce il nucleo intorno al quale ruota la propria esistenza. Un fulcro del quale i personaggi di Eccomi non si accorgono se non quando è ormai inutile e irrilevante.

Cosa si aspettano dunque dalla vita? Cosa ci si aspetta, in genere, dalla felicità che si rincorre disperatamente in ogni momento?

(…) il desiderio di spremere qualche goccia in più di felicità
quasi sempre distrugge la felicità che avevi la fortuna di avere
e di cui sei stato così sciocco da non accorgerti.

Se lo chiede per tutto il libro, Foer, per poi girare l’interrogativo al lettore che, lo voglia o no, difficilmente riuscirà a scrollarselo di dosso a lettura conclusa.

Jacob e Julia assistono inermi all’implosione del proprio matrimonio, i loro tre figli – Sam, Max e Benjy – li guardano distruggersi a vicenda senza che questo li distolga poi molto dalle loro singole avventure quotidiane.

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Tra la tentazione del suicidio da parte di Isaac (nonno di Jacob), l’insoddisfazione professionale di Jacob e Julia (rispettivamente scrittore di una serie TV d’intrattenimento nella quale non ha mai creduto e architetto che progetta case immaginarie per una sola occupante), la vita virtuale che il loro figlio maggiore – Sam – mette in atto su Other Life, l’angoscia persistente di Max per i primi segni della malattia del cane Argo e le ossessioni sulla morte messe in atto dal più piccolo – Benjy – che percepisce più di tutti il suono del tempo, nessuno dei personaggi è realmente presente: interagiscono tra loro senza mai incontrarsi coscientemente.

Qualcosa si muove dentro ciascuno di loro ma è sempre un attimo più tardi che si ritrovano a prendere consapevolezza di quel movimento interno, quasi vivessero le rispettive vite da estranei. Spesso non si rendono conto nemmeno di vivere, ammette Foer, aspettano qualcosa che non avverrà o che hanno già oltrepassato senza accorgersene. L’uomo contemporaneo non si rende conto dell’essenza della propria vita finché non accade qualcosa a interrompere il ritmo – o anche solo a rallentarlo, a cambiarlo – fosse anche, semplicemente, il tempo che scorre.

Nel caso della famiglia Bloch, l’evento in questione è un devastante terremoto che sconvolge il Medio Oriente e che costringe tutti a prendere coscienza delle rispettive vite e a confrontarsi con la percezione di sé: come risvegliandosi da un lungo sonno, ci sarà da interrogarsi su cosa significhi stare concretamente al mondo ed esserci davvero, l’uno per l’altro.

Ma quanti di noi sono pronti a pronunciare quell’«Eccomi!» con cui Abramo risponde alla chiamata del Creatore? Fino a che punto ci offriamo concretamente all’altro?

Ogni pagina di Eccomi è costruita attorno ai particolari di ogni singolo momento di vita: sono proprio quelle peculiarità che dovrebbero passare inosservate a forgiare i personaggi e a circoscriverli – nel bene e nel male –  nei propri micromondi, anche a rischio di escluderne il lettore.

Jacob sapeva che, qualunque cosa fosse successa, avrebbe rivisto la cucina.
Eppure i suoi occhi si fecero spugne per assorbire i dettagli – la maniglia brunita del cassetto degli snack; la giuntura fra le lastre di steatite; l’adesivo PREMIO SPECIALE AL CORAGGIO incollato sullo sbalzo dell’isola, vinto da Max per la caduta di quello che nessuno sapeva fosse il suo ultimo dente da latte, un adesivo che Argo vedeva moltissime volte al giorno e solo Argo vedeva – perché Jacob sapeva che un giorno li avrebbe spremuti per cavarne le ultime gocce di quegli ultimi istanti; come fossero lacrime.

©Arianna Acciarino

©Arianna Acciarino

Eppure quello stesso lettore, nella maggior parte dei casi, non la percepirà come un’esclusione – neanche di fronte all’elenco delle marche di ogni singolo prodotto usato dai personaggi e alla descrizione della modalità di utilizzo messa in atto dal personaggio di turno – ma come una mandata in più nella serratura di una porta ancora blindata anche per i diretti interessati.

«Fino a qualche anno fa non lo avrei scritto per non vietare l’accesso a qualcuno – racconta Foer durante la presentazione –, ma poi ho pensato che c’è sempre qualcosa che il lettore non conosce e che gli preclude la comprensione totale. I personaggi sono esperti delle proprie vite e noi dobbiamo leggere ogni particolare come facente parte di quei personaggi».

Anche perché c’è pur sempre un contesto – in Eccomi come in qualunque altro romanzo – che permette a chi lo legge di accogliere positivamente anche gli elementi più criptici.

A lettura ultimata, la sensazione imperante è quella di voler ricominciare il libro dalla prima pagina: per cogliere le sottili sfumature della cifra stilistica di Foer che oscilla tra una presa di fatto e una risata amara, per fissare nella memoria certi passaggi dolorosi e gustarne altri che sembrano di puro intrattenimento.

Ma tutto ciò che è importante è anche d’intrattenimento, sostiene Foer, soltanto è un po’ più profondo. Così è quest’ultimo suo romanzo: tremendamente profondo ma brillantemente in grado di intrattenere il lettore, chiamandolo a far parte delle vicende più intime di una famiglia impegnata, come tante altre, nel riconoscimento di se stessa.

Eccomi
Jonathan Safran Foer
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Guanda, 2016
pp. 672, euro 22

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