“Festival della Letteratura di Viaggio”: leggere e viaggiare per ritrovarsi

Per il nono anno consecutivo, Villa Celimontana a Roma ha ospitato il “Festival della Letteratura di Viaggio”: voci e scritture di viaggio, alla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nel mondo

di Alessandra Giannitelli
su Twitter @Alessandrag_83

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Gaia Ferrara e Gianluca Caporaso (©Alessandra Giannitelli)

Da ormai nove edizioni, il Festival della Letteratura di Viaggio di Roma, ospitato nella splendida cornice di Villa Celimontana a due passi dal Colosseo, è un appuntamento fisso con la preziosa esperienza di movimento che ogni lettore intraprende anche quando legge storie che apparentemente non trattano di viaggi.

Molteplici sono infatti i modi per viaggiare, soprattutto nella contemporaneità tecnologica che ci avvolge – e spesso sconvolge – e altrettante possono essere le scritture e le chiavi di lettura da attuare per far sì che il viaggio non resti solamente un’esperienza privata come tante altre.

Si può scegliere di viaggiare in bicicletta, come racconta Gaia Ferrara – fondatrice dell’associazione di Promozione Sociale Viandando” che, nell’ambito dell’incontro “Tra letteratura e cronaca”, parla del viaggio come di un filo con il quale si possono tessere trame un po’ sfilacciate e vede nella bicicletta un modo per promuovere luoghi che normalmente non vengono presi in considerazione.

Essere in viaggio in bicicletta, come a piedi, significa essere precari – racconta la Ferrara – significa essere persone di passaggio, significa vedere e fermarsi,  avere il tempo di fermarsi quando ci sono delle persone che si vogliono incontrare,  con cui ci si vuole fermare a parlare a scoprire o ad ascoltare ma anche posti belli da visitare. Il tempo in bicicletta si dilata, non si ha fretta”.

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Oppure si possono inventare storie di città attraverso giochi narrativi sui loro nomi e scegliere di viaggiare da un luogo all’altro con la fantasia, come fa Gianluca Caporaso nel libro “Appunti di geofantastica” (Lavieri 2015, illustrazioni di Sergio Olivotti), inventando città che hanno perso l’iniziale come Ischia – sarà stata F-ischia, M-ischia, R-ischia? – o città di collegamento come Metaponto, dove gli abitanti viaggiano talmente tanto che quando si innamorano non vedono l’ora di gettare l’ancora.

Chi si trova nei luoghi consueti e vede tornare il viaggiatore dallo straordinario in cui è stato, si aspetta lo straordinario – spiega Caporaso – e in quel patto che si fa sempre in letteratura che viene chiamato sospensione dell’incredulità tra un narratore e qualcuno che ascolta, colui che ascolta dà per scontato che ci sia il menzognero dentro il viaggio straordinario. Tutti i grandi viaggiatori sono tali nella misura in cui sono stati anche capaci di mentire. Ulisse era un grandissimo mentitore, tutti coloro che gridano la verità sono dei grandissimi mentitori”.

©Alessandra Giannitelli

Da sinistra Riccardo Carnovalini, Elena Dak, Tommaso Giartosio, Elena Sacco  (©Alessandra Giannitelli)

Si può anche scegliere di viaggiare lentamente, giorno per giorno, senza sapere cosa aspettarsi dalla tappa successiva, come raccontano nell’incontro “Sloways” Riccardo Carnovalini, protagonista di un viaggio a piedi senza meta con Anna Rastello (“PasParTu – A piedi senza meta nell’Italia che si fida”, Edizioni dei Cammini 2015), Elena Dak, reduce da un’esperienza di convivenza con la popolazione nomade dei Woodabe (“Io cammino con i Nomadi”, Corbaccio 2016) ed Elena Sacco, di ritorno dopo sette anni in barca in giro per il mondo (“Siamo liberi“, Chiarelettere 2015).

Diverse sono le modalità ma simili le percezioni del viaggio come arricchimento personale ed esperienza che cambia il proprio sguardo su ciò che si ha intorno.

Per Carnovalini l’importante è il cammino, non la meta, e si può andare oltre le grandi città anche a piedi. Perché il corpo dell’uomo è fatto per stare eretto e attraversare nuovi spazi.

Le mappe sono la mia Bibbia – continua Carnovalini -. Le carte ti fanno immaginare quello che sarà il tuo viaggio, che non sarà mai come l’hai immaginato.  Quindi il primo viaggio si compie studiando un percorso sulle mappe”.

Ma come si fa a diventare in prima persona nomadi e ad avventurarsi per il mondo, lasciandosi alle spalle la terra ferma?

Si mette un miglio dopo l’altro e si va“, sostiene Elena Sacco. “Non è diverso secondo me camminare e metter un miglio dietro l’altro. […] La grande ricchezza era proprio il percorso che compivo ogni volta perché arrivavo alla meta che non ero più io, non ero più quella che era partita”.

A volte viaggiare ci permette anche di correggere la concezione che si ha dell’altro.

È il caso di un popolo come quello dei pastori Woodabe che ricaricano i propri cellulari in dei baracchini con gruppi elettrogeni nel mezzo di un mercato.

@Alessandra Giannitelli

@Alessandra Giannitelli

Usano i telefoni per filmare le danze di cui loro stessi sono protagonisti alla fine della stagione delle piogge e per registrare i canti” – racconta Elena Dak – “e durante tutta la stagione invernale, in attesa della successiva occasione di danze e di canti, passano le notti intorno al fuoco a riguardare su questi microscopici schermini le danze e ad ascoltare le musiche che hanno registrato”.

Cosa significa, allora, viaggiare? Anzitutto scoprire se stessi negli occhi degli altri e da nove anni, all’inizio di una stagione di (ri)cambio come lo è l’autunno, la molteplicità delle voci che trovano risonanza sul palco del Festival della Letteratura di Viaggio ce lo ricorda.

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