Il Referendum costituzionale non è un “Renzirendum”

La politicizzazione del referendum del prossimo 4 dicembre rischia di impoverire il significato di un momento nel quale gli italiani non saranno chiamati alle urne per decidere del destino del governo, ma per dire “Sì” o “No” a precise modifiche costituzionali

di Marco Assab
su Twitter @marcoassab

referendum-costituzionaleTra gli “errori” commessi dai promotori del ”, ai quali il presidente emerito Giorgio Napolitano ha accennato durante il suo discorso alla scuola di formazione politica del Pd, possiamo sicuramente annoverare anche quello di aver politicizzato il Referendum. Probabilmente rassicurato dai sondaggi e con il preciso intento di convincere e portare alle urne anche gli indecisi, dal gennaio al giugno del 2016 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha sottolineato e lasciato intendere (a più riprese, mica una sola volta) che se avesse vinto il “No” avrebbe lasciato il suo incarico. Non di meno le opposizioni hanno fin da subito colto la palla al balzo, ed all’ormai trito e ritrito “Renzi a casa” hanno con gaudio aggiunto un altro tassello, quello del “No” al referendum come sinonimo di “fine del governo Renzi”.

La politicizzazione del Referendum ha instillato nell’italiano medio, che ben poca voglia ha di informarsi a dovere se non tramite pagine Facebook del tenore “Mandiamo a casa la kasta”, un’unica convinzione: il 4 dicembre votiamo per mandare a casa Renzi. No, il 4 dicembre gli italiani sono chiamati a decidere non per la permanenza in carica o meno del governo (per quello ci sono le elezioni politiche) bensì per dire o No ad alcune modifiche che il Parlamento ha apportato alla costituzione della Repubblica Italiana. Tali variazioni non riguardano i suoi principi fondamentali (intangibili) bensì l’architettura istituzionale del Paese e i rapporti tra Stato e Regioni.

D’altronde è oramai vizio endemico della politica nostrana ridurre tutto a slogan, a schemi bambineschi, a semplificazioni che rasentano il ridicolo. E perché questo? Probabilmente perché da un lato i politici si adeguano allo spessore culturale dell’elettore medio, dall’altro essi stessi sono espressione e sintesi di una società, quella italiana, culturalmente povera e perennemente dedita all’effimero. Come si poteva pensare che il Referendum non sarebbe stato trasformato, e semplificato, in un voto puramente politico? Se vince il “Sì” Renzi resta, se vince il “No” Renzi va a casa. Tutto ciò è desolante.

Lo è nella misura in cui si denota scarsissima sensibilità e consapevolezza istituzionale, tanto dei leader politici quanto di una parte consistente degli elettori. Buona parte del popolo italiano probabilmente non ha ben chiare quali siano le norme che regolano il viver comune nella sua casa (perché l’Italia è casa nostra o no?). Per mandare a casa un governo ci sono le elezioni politiche, quelle alle quali siamo stati chiamati nel 2013 e dalle quali uscì un mostro a tre teste: Pd, M5S e Forza Italia alla pari. Il Referendum invece è un’altra cosa.

renzi-zagrebelsky

Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky durante il dibattito andato in onda su La7

Si tratta di un appello al corpo elettorale affinché si pronunci su singole questioni, “vuoi o non vuoi che…?”. E sulla scheda non troveremo la domanda “Vuoi che RenziE vada a casa?”, bensì concetti di ben altra natura e complessità:

  • Superamento del bicameralismo paritario;
  • Riduzione nel numero dei parlamentari;
  • Contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni;
  • Soppressione del CNEL;
  • Revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.

Ora, almeno sulla soppressione di un ente inutile come il CNEL gli italiani saranno tutti d’accordo? Sempre ammesso che almeno il 20% di essi sappia cosa sia… Il punto è proprio questo: la politicizzazione di un Referendum di questa portata semplifica a dismisura concetti delicati, importanti, e per i quali gli italiani sono chiamati, come preciso dovere civico e morale, ad informarsi.

Dibattiti televisivi come quello andato in onda pochi giorni orsono, tra il Presidente del Consiglio e l’ex giudice della corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sembrano per fortuna riportare il tema del Referendum nella sua giusta collocazione. Forse grazie a quel confronto qualche italiano in più ha capito cosa davvero ci sia in ballo il prossimo 4 dicembre. Si può liberamente essere per il “Sì” o per il “No”, non è questo di cui stiamo discutendo, non stiamo argomentando delle posizioni dell’una e dell’altra parte schierandoci, diciamo solo: gli italiani capiscano davvero per quale ragione sono chiamati alle urne e su cosa devono esprimersi.

L’invito e l’auspicio è che i media informino e gli italiani si informino, entrambi a dovere. Anche quelli che sono per il “No”, prendano con attenzione visione delle modifiche costituzionali; magari così facendo si convinceranno ancora di più del loro “No”, ma sarà un diniego pienamente consapevole. Non un diniego “per mandare a casa RenziE”, ma per preservare quella che loro ritengano essere una versione migliore della costituzione: quella originaria.

Ambedue le posizioni, il “Sì” e il “No”, sono legittime e vanno rispettate. Lo stesso non si può dire di chi va alle urne senza sapere cosa sta andando a decidere e su cosa realmente si sta esprimendo.

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