Migranti: il lavoro contro le discriminazioni

La maggior parte dei rifugiati incontra serie difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, per contrastare il fenomeno e responsabilizzare le aziende, UNHCR promuove “Welcome – Working for refugees”, un riconoscimento per i virtuosi dell’integrazione

di Angela Caporale
su Twitter @puntoevirgola_

refugeesworking2Il lavoro nobilita l’uomo, sostiene la saggezza popolare. Che uno creda o meno allo status della propria aura, è difficile negare che il lavoro abbia un ruolo fondamentale nella vita di chiunque. Non è solo una questione di potere d’acquisto, ma anche di regolarizzazione dello stile di vita, di inclusione sociale, di relazione. Non si può nemmeno parlare semplicemente di un ambizione. Infatti, all’articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si legge: “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Diritto al lavoro, l’ennesimo diritto che spetta a ciascuno in quanto individuo che viene cancellato e dimenticato se quell’essere umano è un rifugiato.

Un recente studio del Centro KNOMAD ha analizzato il trattamento lavorativo dei rifugiati in 20 paesi del mondo che ospitano il 70% dei rifugiati. Nel contesto degli stati firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951 che regola il diritto d’asilo, sono state analizzate leggi e normative dedicate proprio al tema dell’inserimento lavorativo del rifugiato nel contesto nazionale. I risultati, purtroppo prevedibili, non prefigurano una situazione rosea. Esiste una differenza sostanziale nel quadro legale sul lavoro che va ad intaccare in maniera incisiva le possibilità dei rifugiati. Per questo motivo la maggioranza di essi è impiegato nel settore informale e con tutele molto limitate rispetto ai colleghi cittadini del paese in cui si trovano. Lo sfruttamento è all’ordine del giorno e alla violazione dei diritto al lavoro si legano altre infrazioni che rimangono sotterranee.

Il report, ripreso dal Migrants’ Rights Network, chiama governi ed istituzioni ad agire in senso inclusivo per superare queste discriminazioni di fatto. Un lavoro, per i rifugiati, è infatti vitale per ridurne la vulnerabilità, sviluppare il senso di resilienza ed assicurare una nuova dimensione alla dignità umana. In questo senso si è mossa l’Agenzia ONU per i Rifugiati, UNHCR, che ha lanciato il programma “Welcome – working for refugee integration. Si tratta di un programma di incentivi per le aziende che attueranno politiche per favorire l’inserimento professionale dei rifugiati. Le aziende virtuose verranno insignite di un bollino che potranno esporre ed utilizzare nella propria promozione.

L’esposizione del logo ha una duplice finalità: da un lato, in questo modo l’azienda dichiarerà di aderire ad un modello di società che vuole ridurre discriminazioni e diseguaglianze, dall’altro rappresenterà concretamente quanto possono fare anche i privati per tutelare i titolari di una forma di protezione internazionale. È un’assunzione di responsabilità collettiva, una boccata d’aria fresca in un’Italia sempre più stressata dal flusso di profughi e, spesso, incapace di uscire da una logica dell’emergenza per cui si finge che queste persone siano invisibili.

Al contrario, proprio l’inserimento lavorativo può contribuire ad un cambio di percezione. A superare una visione per cui le 140.000 persone che hanno raggiunto il Belpaese nel 2015 siano una massa indistinta cui affibbiare qualche nazionalità a caso, siriani, afgani, africani. Se il rifugiato diventa un collega, forse smetterà di essere una briciola della massa che compone la (falsa) invasione, ma diventerà Ahmed o Eric.

Non c’è muro che blocchi la speranza di chi non ha altro e si è messo in viaggio. Di conseguenza, si è reso necessario provare a sviluppare una strategia di integrazione capace di coinvolgere un numero sempre crescente di strati della società variegati. Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del Senato, sostiene che “questo progetto è un’operazione culturale che ha come posta in gioco quella di trasferire la questione di asilo ed integrazione dal piano dell’emotività a quello delle politiche razionali”. Un’auspicio ambizioso del quale “Welcome” rappresenta soltanto un primo passo. Difficile immaginare oggi cosa accadrà, al proposito parleranno i risultati. Appuntamento al 2017, con la speranza che la strada si dipani come viene immaginata oggi.

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