“Il grande inquisitore”: Dostoevskij torna a Roma

Al Teatro Vascello di Roma è andato in scena “Il grande inquisitore”, tratto da “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij. La regia di Irma Immacolata Palazzo unisce al monologo anche il ballo, il canto ed il video. Ne risulta una performance coinvolgente e profonda, che arriva ad umanizzare Cristo

di Gloria Frezza
su Twitter @lavanagloria

fonte immagine: Facebook.com

(fonte immagine: facebook.com)

È sorprendente quanto ancora, nonostante gli anni trascorsi dalle sue pubblicazioni, un autore come Dostoevskij sappia tornare attuale. Investito da un’aura d’eternità e baciato dalle Muse, l’autore russo ha fornito all’umanità argomenti di riflessione che potrebbero bastarle per sempre. Ognuno dei suoi capolavori esce dalla pagina e presenta i propri protagonisti in carne ed ossa al lettore. Fëdor Dostoevskij è perfetto e doloroso, in qualsiasi forma egli sia ripresentato.

Lo sanno bene i coraggiosi che decidono di reinterpretarlo, dando ai suoi personaggi un corpo in teatro. Questo è lo scopo dello spettacolo andato in scena il 24 e 25 ottobre al Teatro Vascello di Roma, intitolato “Il grande inquisitore”, regia di Irma Immacolata Palazzo. Sulla scena i due fratelli Karamazov, Ivan e Alioscia, che discutono del poemetto che il primo ha intenzione di mettere su carta. Ivan materializza dall’altro lato del palco il suo grande inquisitore, un anziano cardinale deluso dall’operato di Cristo, che ha qualcosa da dire a quest’ultimo.

Prima del suo ingresso, gli allievi della Scuola di Teatro Fondamenta riportano in vita la folla in delirio che sotto il balcone di Pilato scelse Barabba. Danzando e cantando, i giovani perturbano il pubblico appena seduto e si contrappongono empiricamente alla voce sola e pulita dell’inquisitore, che apparirà successivamente. A mettere a tacere la fiumana impazzita arriva il canto della Mater Dolorosa, Maria canta un’aria lirica di disperazione per la perdita del figlio; prima di sedersi di spalle, indossare la corona di spine e diventare lui stesso.

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Contro quelle spalle saranno rivolte le parole dell’inquisitore, magistralmente interpretato da Cosimo Cinieri. Un monologo, il suo, che è un rimprovero paternalistico che un uomo fa al suo Dio. Il vecchio cardinale lamenta a Cristo l’inutilità del suo amore per gli uomini. Essi non possono comprendere né apprezzare un dono complesso come la libertà, non meritano adorazione incondizionata, nemmeno avrebbero dovuto essere salvati. L’uomo, figura vile ma profondamente amata dall’inquisitore, altro non desidera che la paura e gli obblighi, intervallati da piccole illusioni di gioia. Quest’Uomo ha cambiato volto al suo Cristo, così tanto da non riuscire a riconoscerlo adesso, da crocifiggerlo ancora nel suo stesso nome. A Cinieri trema la voce mentre grida: “Non voglio il tuo amore, perché io stesso non ti amo!”, prima di sputare verso il volto nascosto del Figlio di Dio.

A intervallare le terribili parole, magistralmente proposte dall’Inquisitore, un filmato del 1981 in cui un Cinieri giovanissimo si traveste da Cristo. Imbracciata la sua croce di legno, questo Gesù redivivo attraversa le strade di una cittadina pugliese, accompagnato dai commenti sconvolti e concitati della povera gente. L’idea di Esperimento Cinema, legata a filo doppio allo spettacolo dal cambio di ruolo del Cinieri invecchiato, dimostra come l’uomo non sia pronto al “ritorno del Signore”, nonostante se lo auspichi ogni domenica a messa. Questo spiega il furibondo inquisitore del Karamazov: non c’è spazio per quel dio che Cristo vuole essere. Non c’è modo di amare l’Uomo, che desidera solo essere sottomesso al mistero e al miracolo.

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Di rilievo il parallelismo tra la figura di Cristo e quella di Alioscia, uniti dal bacio e dal silenzio quasi assoluto di fronte al proprio interlocutore. Entrambi i ruoli sono impersonati da figure femminili nello spettacolo (Roberta Laguardia per Alioscia, Bibiana Carusi per Cristo), concedendo allo spettatore uno spazio nuovo di riflessione sulla forza di un’icona che è fin troppo definita nell’immaginario.

Un buon tentativo per introdurre la sottile arte del monologo nel variegato mondo delle altre espressioni comunicative (il video, il ballo ed il canto).  “Il grande inquisitore” è un vortice di pathos e dolore che stranisce e convince, ognuno trova il proprio cuore tra i toni cupi di Cinieri; e sogna e comprende. Questo è il Teatro.

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