“Icons”: gli scatti di Steve McCurry alla GAM di Palermo

Dal Tibet all’India, dal Giappone all’Etiopia: “Icons”, il viaggio fotografico di Steve McCurry in mostra alla GAM di Palermo fino al 19 febbraio 2017

di Margherita Ingoglia
su Twitter @MargheritaIngog

locandina-mostra-icons-gam-palermoPiù di cento fotografie, più di cento volti e, forse, più di mille vite sono racchiusi nelle storie di Steve Mc Curry, in mostra alla Galleria D’Arte Moderna di Palermo (Via Sant’Anna, 21) fino al 19 febbraio 2017. L’esposizione fotografica prende il nome di Icons – Icone, perché icone sono diventati quei volti, quegli sguardi e quelle storie che lui, McCurry, è riuscito ad imprimere su pellicola.

Il viaggio all’interno della mostra comincia con uno scintillio di sguardi, duri e severi come sassi. Un incontro di culture dal tono sabbioso, fatto da chador che coprono i volti delle giovani donne, di seni scoperti, di mani scheggiate dalla fatica. Di rughe solcate sui visi, come incisioni sulle cortecce degli alberi. Icone fatte da lunghe barbe, di uomini che fissano l’obiettivo della fotocamera con lo stesso orgoglio con cui si sfida una possibile preda.

Dal Tibet all’India, dal Kashmir all’Etiopia gli occhi di quelle donne e di quegli uomini si poggiano, granitiche, sul visitatore e lo trascinano dentro terre lontane. Terre in cui uomini, donne, bambini e animali convivono all’unisono, sotto un denominatore comune chiamato vita.

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C’è qualcosa di magico nelle fotografie di Steve McCurry, una sorta di gioia liquida nonostante la severità delle pose; una fiducia dalle screziature timorose che irroga le sue immagini e le espressioni di quei soggetti: curiosi, preoccupati e infine addirittura anche un po’ vanitosi si lasciano rendere immortali.

Perché, mi chiedo, le fotografie di McCurry sono dei capolavori della modernità? Cos’è che li rende unici?

Sembra che, nonostante la rigidità delle pose e delle espressioni dei soggetti, questo fotografo statunitense che ha tanto viaggiato, sia riuscito a farsi voler bene da quelle persone, per il modo con cui uomini, donne e bambini guardano verso l’obiettivo. Quello che si crea tra il visitatore e le foto è un contatto intenso, rigoroso eppure così infinitamente umano che sembra raccontarci la loro vita, si ha la sensazione di conoscersi da sempre, di commuoversi con loro.

00109_08, Hazaras, Kabul, Afghanistan, 1993, AFGHN-10224. A young Afghan soldier. A young Hazara boy, Ali, age 14, stands guard at a military check post in downtown Kabul in 1993 during the civil war between the Hazara and the central government. Magnum Photos, 55NYC591, MCS1994002 K034. "During the conflict among warring national factions in Afghanistan that followed the retreat of the occupying Soviet military, city neighborhoods barricaded themselves against each other. There was no law and little order. This 14-year-old was charged with maintaining a barrier along one of the main street of Kabul, and the boy posed proudly, with a stance and authority well beyond his years."- Phaidon Portraits_Book Steve Mccurry_Book PORTRAITS_Book Phaidon 55_Book Untold_book PORTRAITS_APP final print_milan final print_MACRO final print_birmingham retouched_Sonny Fabbri 3/17/2015

fig. 1

McCurry fotografa donne e bambini. Uomini che fumano, bambini che lavorano o combattono la guerra (fig. 1). Come nella scatto del bambino fotografato a Kabul nel 1993 che tiene una cartucciera carica sulle spalle, e in quello sguardo tra il fanciullesco e il guerriero, sembra di sentire il fracasso delle esplosioni, di soffocare sotto l’odore della polvere e avvertire tutta durezza della sopravvivenza.

(fig.3)Pitoni che strisciano sul pavimento mentre due donne dormono su un’amaca. O la foto del bambino che tiene il pitone attorno al collo con la stessa naturalezza con cui una donna sfoggia una collana nuova.

Istanti di una cultura diversa, di ritualità differenti e quindi allegrie e disperazioni dissimili.

Un turbinio di luci, ombre e vite che accompagnano il visitatore fino a “La Ragazza Afghana”, la foto simbolo di Steve McCurry, considerata lo scatto/icona più visto al mondo. Una foto anti religiosa, eppure così vicina al divino da sembrare “L’Annunziata” di Antonello da Messina.  Un’immagine che rapisce, incanta e terrorizza.

fig. 3

fig. 3

Lo scatto dell’orfana dodicenne Sharbat Gula (recentemente arrestata perché in possesso di documenti falsi, ndr) era stato fatto in un campo profughi di Peshawar, nel 1984. Sharbat, come sentirete dal video del National Geographic proiettato in galleria, significa bevanda dolce, e come lei stessa racconta, quel giorno fu l’ultima bambina ad essere fotografata in quel campo.

Sentirete la storia del ritrovamento della ragazza afghana avvenuta diciassette anni dopo grazie alle intense ricerche dello stesso Steve McCurry e dell’FBI.  Sentirete a tratti la sua voce, timida, spaventata. Ma non sarà la sua voce ad incantarvi, saranno i suoi occhi di ghiaccio e palude, ora come allora. Saranno i silenzi di quelle istantanee che attorno a voi, vi sussurreranno la loro vita. E per qualche ora avrete vissuto con loro.

Steve McCurry – Icons
fino al 19 febbraio 2017
Per info: gampalermo.it

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