Le emozioni di Berlino ‘36 narrate da Federico Buffa

Alla Sala Umberto di Roma è andato in scena lo spettacolo “Le Olimpiadi del ’36”, portato in scena da Federico Buffa che con la sua voce racconta e fa vivere agli spettatori le emozioni di uno dei Giochi più controversi di sempre

di Andrea Pulcini
su Twitter @Purcins

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(fonte immagine: quartaparetepress.it)

Ci sono spettacoli teatrali che, per la bravura dei propri interpreti, lo spettatore vorrebbe non finissero mai. Questo è inevitabilmente accaduto a chi ha riempito la Sala Umberto di Roma per “Le Olimpiadi del ‘36”, spettacolo in cui Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo, porta in scena i Giochi organizzati dal Terzo Reich.

Interpreta se stesso Buffa, ma vive e vede la Berlino del 1936 che si appresta a vivere le Olimpiadi, con gli occhi di Wolgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico. Insieme a lui sul palco, i musicisti Alessandro Nidi, Nadio Marenco e la cantante Cecilia Gragnano. 

La scenografia dello spettacolo è scarna. Un pianoforte, un attaccapanni, due tavoli e quattro sedie, con un telo bianco sullo sfondo che proietta le gesta degli atleti raccontati nello spettacolo. Dentro questo spazio si muovono le storie che vengono narrate.

Il racconto ruota soprattutto attorno a tre grandi personaggi, che saranno il collante emozionale dello spettacolo: Leni Riefelstahl, Sohn Kee-chung e James “Jesse” Owens. Olympia, film del 1938 diretto dalla Riefelstahl è il vero trade union di questo spettacolo. Grazie alla pellicola, Buffa ha potuto far vivere con maggiore enfasi i suoi racconti agli spettatori.

Il giornalista non è mai banale, con un linguaggio fresco e una voce ipnotica che tiene lo spettatore incollato alla sedia. La sua bravura sta nel non nascondersi, nel far trasparire le emozioni che lui stesso vive nel pensare a certi fatti. È così che di soppiatto entriamo nel Manhattan, il transatlantico che porterà la spedizione USA via mare ai Giochi del ‘36. Percepiamo l’emozione di Jesse Owens quando ha la possibilità di parlare con la leggenda del baseball Babe Ruth. Sarà perché ha prestato la sua voce al film che ha visto l’atleta afro-americano protagonista, ma in questa parte dello spettacolo il coinvolgimento emotivo sale a dismisura. Ed ecco che si approfondisce il rapporto d’amicizia più bello maturato sotto i cinque cerchi olimpici, quello tra Owens e Luz Long, divisi in pista ma amici nella vita. Grazie a Long, Owens conquisterà l’oro nel salto in lungo, e da qui si svilupperà un rapporto d’amicizia tramandato a figli e nipoti.

Luz Long e Jesse Owens

Luz Long e Jesse Owens

Buffa catapulta poi gli spettatori all’interno della guerra Cino-Giapponese per il controllo della Corea che vede indirettamente coinvolto Sohn Kee-Chung, che seppur coreano lotterà e vincerà l’oro a Berlino per i colori nipponici mostrando una delle immagini più tristi di quell’Olimpiade, con lui che copre per vergogna il cerchio rosso nipponico e festeggia sul gradino più alto del podio a testa china e occhi chiusi.

Sembra di stare nello Stadio Olimpico della capitale tedesca, luogo cardine di quella edizione dei Giochi, dove la regista Riefestahl attuerà per la piena riuscita del suo documentario tecniche di ripresa mai usate prima che faranno vivere intensamente allo spettatore le emozioni di quei giorni. La descrizione e la narrazione di Federico Buffa accompagnano gli spettatori dentro le storie che racconta. Il giornalista li fa entrare nella storia in maniera intensa, a tratti migliore delle immagini che vengono proiettate.

Basta chiudere gli occhi per un istante e sentire, nella cerimonia di chiusura dei Giochi, centomila anime che intonano all’unisono il coro che sarà il moto propulsore del Reich negli anni a venire, un “Heil Hitler” che risuona nelle orecchie degli spettatori.

Ci sono spettacoli per i quali si vorrebbe non vedere mai calare il sipario, per farli durare all’infinito. Questo è capace di fare Federico Buffa che attore non è ma che sa raccontare in maniera emozionante le storie. Grazie a questa virtù, il giornalista crea un rapporto così intimo con lo spettatore che, terminato lo spettacolo si vorrebbe fare due chiacchiere davanti ad una tazza di caffè, affinché il narratore continui il proprio racconto per poter sognare grazie alla sua splendida voce.

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