L’Italia? Non è un Paese per giovani

A Roma è stato presentato il settimo Atlante dell’Infanzia, realizzato da Save the Children e Treccani. Nella nostra intervista video al direttore generale dell’organizzazione umanitaria, Valerio Neri, è emerso un quadro sconcertante sulle condizioni dell’infanzia in Italia

di Mattia Bagnato
su Twitter @bagnato_mattia

atlante-dellinfanzia-679x350Lya Luft ha detto che “l’infanzia è il suolo su cui andremo a camminare tutta la vita”. Come sarà questo percorso, però, dipende molto dagli adulti. Da chi bambino non lo è più, ma su cui grava il peso di fare dell’infanzia un terreno fertile di opportunità e prospettive. Parte da qui l’incontro organizzato lo scorso 16 ottobre a Palazzo Mattei di Paganica a Roma da Save the Children. Parte dall’assunto, incontrovertibile, che i nostri figli sono una ricchezza, un “tesoro” appunto, che bisogna custodire con particolare attenzione. Da qui, la scelta di dar vita ad un vero e proprio Atlante dell’infanzia (a rischio): 48 mappe e 43 tavole contenute in 280 pagine di analisi e dati geolocalizzati. Un potenziale informativo unico, che mostra senza remore lo stato, drammatico, in cui versa l’infanzia nel nostro Paese.

L’affresco che emerge da questa opera, coprodotta dall’Enciclopedia Treccani, ha il sapore amaro della sconfitta. Ti colpisce come un pugno allo stomaco. Parla di un’intera generazione di bambini perduti. Abbandonati a loro stessi da chi, colpevolmente, ha pensato di voltare lo sguardo altrove, “regalando” loro un futuro di privazioni e povertà. I “bambini senza”, come li chiama Save the children, non vivono in africa o nel Sudest asiatico. Sono nati e cresciuti in Italia, uno dei più importanti paesi industrializzati del mondo. Fin da subito, però, questi ragazzi sembrano dover fare i conti con la povertà più nera, le ristrettezze economiche ed abitative e con un pericoloso deficit educativo e sanitario.

Partiamo da responsabili, per una volta. Da quei nomi e cognomi che molto spesso “dimentichiamo” di citare. Così che possano essere chiare a tutti le ragioni di questa, ignobile, situazione. Iniziamo, quindi, con l’unico vero responsabile: lo Stato italiano. Come ha avuto modo di dire Cristina Freguja, nell’audizione parlamentare dello scorzo marzo, “l’attuale sistema di trasferimenti agisce, soprattutto, per ridurre l’esposizione al rischio povertà delle persone sole e delle coppie senza figli”. Un meccanismo che denota la completa assenza di politiche efficaci a sostegno dell’infanzia. Un sistema di cose che, a quanto pare, arriva da lontano ed è il risultato di chiare e precise scelte politiche.

(leggi l’intervista video a Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia)

Il sistema di welfare nostrano, quindi, oltre a far acqua da tutte le parti, denota una distorsione più che evidente. Una deformazione, che ha portato ad utilizzare l’84% della spesa sociale per anziani e persone ad alto reddito, dimenticando completamente i minori. Lungi da noi ritenere che il sostegno agli anziani meno abbienti sia sbagliato, rimane il fatto che il 16% di spesa sociale da destinare all’infanzia appare una cifra quanto meno irrisoria.

Ciò detto, però, vale la pena entrare un pochino più in profondità. Analizzare una per una le carenze, usando un eufemismo, che relegano i bambini italiani in buco nero dal quale è difficile emergere. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’Italia sembra aver fatto poco o niente per aiutare le famiglie in difficoltà, scongiurando quel pericolo povertà assoluta che è triplicato nel giro di 10 anni.

atlante-infanziaA confermarlo, numeri che parlano del 3% di bambini che nel 2014 non disponevano di due paia di scarpe, del 6% che non mangiava carme almeno una volta al giorno e non possedeva giocattoli ed, infine, del 10% che non poteva indossare abiti nuovi. Valori che nel mezzogiorno sono quasi doppi. A preoccupare ancora di più, se possibile, è il fatto che chi nasce in povertà se la deve vedere con una drammatica condizione di esclusione affettiva e sociale. I bambini poveri, infatti, rischiamo molto speso di essere visti come diversi agli occhi dei loro coetanei, finendo per favorirne il senso di angoscia e frustrazione. Una situazione, questa, aggravata dalle deprecabile scelta di escluderne alcuni dalle mense scolastiche, come è successo in alcuni comuni italiani.

L’ambito scolastico, infatti, è un altro tasto dolente. Secondo gli ultimi studi, sembrerebbe esserci una stretta relazione tra povertà e istruzione, così come tra disagio economico e socio culturale. Ad affermarlo, è stato Marco Rossi Maria proprio in una relazione presentata alla Camera dei Deputati: “La scuola emancipa dalla povertà ma le condizioni di partenza contribuiscono fortemente a determinare a loro volta il fallimento formativo”. Queste parole, se non altro, servono a spiegare l’alto tasso di abbandono scolastico che interessa l’Italia e che è di gran lunga superiore alla media europea. Lo stesso, che negli ultimi anni ha fatto emergere una nuova categoria: i NEET. Quei ragazzi, cioè, che non studiano, non si formano e non lavorano.

Non c’è mai fine al peggio, dicevano gli antichi. Come se bastasse infatti, dagli studi condotti da Save the children, emerge un’ulteriore agghiacciante realtà: i bambini di 4 famiglie su 10 soffrono il freddo, non potendo permettersi un adeguato riscaldamento, 1 minore su 4 vive in appartamenti umidi e pieni di muffa e 1 su 10 risiede in case non sufficientemente luminose. Inutile dire, che statistiche di questo tipo non appartengo ad un paese civile. Basterebbe, però, ricordare che non appartengono a nessun paese europeo, se si escludono quelli di recente ingresso.

Per concludere, ritengo molto utili le parole di Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa per Save the children: “Perché gli investimenti pubblici e privati si rivelino efficaci e facciano realmente la differenza è fondamentale che il loro utilizzo venga inserito in un quadro strategico, senza sovrapposizioni, interventi spot, sprechi e compartimenti stagni con una reale attenzione alla valutazione”. Una considerazione indispensabile, che riporta alla mente la sciagurata campagna del Mistero della Salute in tema di natalità. Una beffa per tutte quelle coppie desiderose di avere un figlio, che si scontrano con una realtà tutt’altro che incoraggiante.

Una realtà, che parla di un Paese fragile, che non sa dare un futuro ai propri figli. Dove le Istituzioni sembrano fare orecchie da mercante. Che non saprebbe dove mettersi le mani, se non fosse per quegli “angeli laici” che ogni giorno cercano di portare un raggio di luce nelle vite di questi bambini. Un paese che non sembra riconoscere gli stessi diritti a tutti. Piegato, è vero, da una crisi economica che ha colpito prima di tutto loro, i più indifesi, ma che allo stesso tempo fatica a individuare le proprie priorità. È proprio per questo, infatti, che il lavoro svolta da Save the children appare ancora più importante. Perché, come ha detto Giulio Cederna durante la presentazione dell’Atlante: “se non dai ad una cosa un nome questa non esiste. Così, se non porti a galla numeri e statistiche i fenomeni in questione non emergeranno mai”.

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