Una gemma ossidianica. Lei è Nina Simone e questo basta

L’eredità musicale di Nina Simone si estende ben oltre la sua stessa musica; probabilmente basterebbe basterebbe ascoltare solo “Don’t let me be misunderstood” per comprendere la fiamma del genio della sacerdotessa del soul. Ribelle. Donna. Nera. Figlia di una società discriminante, Nina Simone era appassionata e irascibile. Sperimentale, un talento sputa fuoco, autodistruttiva

di Margherita Ingoglia
su Twitter @MargheritaIngog

I’m just a soul whose intentions are good. Oh Lord, please don’t let me be misunderstood.
Sono solo un’anima le cui intenzioni sono buone. O Signore, per favore non mi permetta di essere frainteso.

fonte immagine: Il Saggiatore

fonte immagine: Il Saggiatore

La biografia di Nina Simone, scritta da Alan Light, dal titolo What happened, Miss Simone? – Una biografia,  traduzione di Elena Montemaggi, pubblicata da Il Saggiatore, è ispirata al documentario uscito su Netflix lo scorso anno, con lo stesso nome.

Una ricostruzione scrupolosa e ricca di particolari che l’autore è riuscito a fare grazie alle fonti della regista del docufilm, Liz Garbus. La completezza del libro è data infatti dalla ricostruzione meticolosa attraverso lettere inedite che la stessa Simone ha scritto durante la sua vita, raccontando i suoi giorni di buio, luce e follia che hanno segnato la sua esistenza.

Inoltre, le interviste fatte agli amici, agli accompagnatori di Nina, Al Schackman il chitarrista che ha condiviso con lei tutto il percorso della sua carriera e alla figlia, Lisa, danno un quadro completo di quel groviglio brillante e disperato della vita di questa grande, unica, incredibile artista.

Una biografia che parte proprio dalla sua nascita e dal suo primo vero nome Eunice Kathleen Waymon, e ripercorre gli anni della sua adolescenza, i rapporti con la sua famiglia. Sesta di otto figli, la madre di Nina era una predicatrice metodista, una donna severa e assai credente. Era la spina dorsale della comunità di Tyron, nel North Carolina; il padre, invece, era un tutto fare, e Nina era molto legata a lui.

Proprio nella chiesa frequentata dalla madre, Nina scopre il suo divino talento. Un prodigio musicale, così era chiamata nel suo paese, scoperto poi dall’insegnante di pianoforte di origine inglese, Muriel Mazzanovich, detta “Miss Mazzy” che inizia ad amare Nina, come se fosse sua figlia. Decide di aiutarla a studiare e a prepararla ad un futuro come pianista per concerti di musica classica: studia Bach, Debussy e Beethoven. Nina vuole diventare la prima grande pianista nera di musica classica.

Miss Mazzy organizza una raccolta fondi per darle la possibilità di studiare alla Juilliard School di New York, ma proprio durante quell’evento, la giovanissima Nina (aveva dieci anni) scoprirà per la prima volta cosa significhi avere la pelle nera. Ai suoi genitori viene chiesto di spostarsi alle ultime file per l’esibizione della figlia al piano, perché sono neri e poveri, Nina però si rifiuta e minaccia di far fallire il concerto se i suoi genitori non fossero stati spostati ai primi posti; alla fine ottiene ciò che vuole, si esibisce e i suoi genitori poterono vedere le mani della loro figlia, suonare. Tuttavia, le ambizioni classiche di Nina sono costrette a soccombere quando, per la seconda volta,  non riesce ad entrare al Curtis Institute perché è nera. Il suo insegnante di pianoforte del tempo, Vladimir Sokoloff, aveva detto che era stata respinta semplicemente “perché c’erano altri che erano migliori di lei”. Qualunque sia la verità, questi due episodi hanno interrato i semi per un risentimento permanente in lei.

Il nome d’arte che sceglie Nina,  è un rifacimento dallo spagnolo niña, bambina, e Simone, riferito all’attrice Simone Signoret. Nina Simone, come nome d’arte, nasce nel 1954 quando suona ad Atlantic City al Midtown Bar & Grill on Pacific Avenue ed è costretta a sfuggire alle ire della madre che considera quella, la musica del diavolo.

Nina suona, canta e incanta. Per lei il jazz era un gioco da ragazzi, al bar suonava Bach, o Rachmaninoff e lo mescolava ad altri generi.Trovava la sua musica in ogni cosa avesse un suono gradevole – Kurt Weill, Duke Ellington, Randy Newman, fondeva le melodie di Richard Rodgers con quella di Good King Wenceslas,  le canzoni popolari, musiche israeliane,  e poi le faceva sue.

Si sposa due volte: il primo marito era un uomo bianco, “un verme” come lo definì lei stessa, che sposa semplicemente perché “si sentiva sola”. Il suo secondo matrimonio, nel 1961, è stato con il detective Andrew Stroud, che in seguito è diventato il suo manager e la sua gabbia. Andrew era un uomo esigente e violento. Più volte l’aveva minacciata con una pistola e la costringeva a ritmi lavorativi incredibilmente estenuanti. La sua vita privata non esisteva più. Per Nina c’era solo il lavoro.

fonte immagine: media.salon.com

fonte immagine: media.salon.com

Andrew Stroud credeva nel talento della moglie e fui lui infatti che finanziò la sua prima apparizione alla Carnegie Hall nel 1963, e la sollevò dalla relativa oscurità delle esibizioni nei jazz club. Little Girl Blue, è il titolo della sua prima canzone del suo album di debutto nel 1958, in un mix di intensità e brillantezza, apparentemente innocuo.

Quando decide di impegnare la sua musica in qualcosa di molto più sociale, Nina lo fa per il suo popolo. In un’intervista disse che voleva “scuotere le persone con la sua musica, fino a farle a pezzi” . Il movimento per i diritti civili darà a Nina una particolare eco sul pubblico, ma le case discografiche la pensano diversamente; non appoggiano la sua scelta, le radio non trasmettono i suoi brani e i 45 giri tornano indietro spezzati a metà, e iniziano a venir meno anche le proposte di lavoro perché la sua musica è troppo impegnata: è politica.

Le sue canzoni sono filippiche scottanti contro l’ingiustizia razziale, lei era diventata una santa patrona della ribellione nera, del black power. Lo stesso Dick Gregory, grande amico di Nina, disse che nessun uomo avrebbe mai osato scrivere canzoni come, Mississippi Goddam, in risposta al bombardamento avvenuto il 15 settembre 1963 di una chiesa battista in Alabama, in cui sono morti quattro bambini e 20 uomini.

Nina iniziò a diffidare dalle case discografiche e dagli agenti perché voleva essere libera di cantare, libera di esprimere la sua rabbia, per questo alcuni suoi album sono registrati live e non dentro gli studi.  Siamo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 quando per Nina comincia il periodo più buio della sua vita. La sua instabilità emotiva e il suo temperamento irregolare metteranno a rischio tutti i rapporti personali, persino quello con la figlia Lisa, da cui viene allontanata. Nina continua a ripetere che è stanca. Stanca di tutto divorzia da Andrew e ad un certo punto, decide di allontanarsi: comincia così il suo lungo pellegrinaggio.

Andrà alle Barbados – la prima tappa di una peregrinazione infinita – dove intraprende  una relazione con il primo ministro del paese, Errol Barrow. Poi si sposta in Liberia, dove comincia una relazione con un uomo di 70 anni di nome Mr. Dennis. Nei primi anni Ottanta invece, vive a Parigi come una barbona. E’ irriconoscibile, paranoica, depressa, incline a sbalzi d’umore e improvvisi scoppi d’ira. Una definizione più precisa è bipolare. A Nina viene diagnosticato infatti un disturbo bipolare della personalità.

Nessuno, in quegli anni, sapeva che fine avesse fatto Nina Simone fin quando non si annuncia la sua resurrezione, nel 1987: la sua “My Baby Just Cares For Me” viene scelta per  la  pubblicità del profumo Chanel N° 5. Nina Simon muore nel 2003 all’età di 70 anni, due giorni dopo aver ricevuto il titolo di dottore honoris causa in musica e discipline umanistiche al Curtis Institute, la stessa scuola che le aveva rifiutato la borsa di studio.

Non so se sia la tristezza, malinconia o la disperazione che diventa tangibile nelle sue canzoni. Ma la voce di Nina Simona è una lacrima, di gioia o di dolore non saprei dirlo, che riga il volto e accompagna l’ascoltatore verso un sentimento intimo, che cresce sottopelle, e turba. Canta poesia, Nina. Canta la vita.

Una volta che avete sentito la sua versione di Everything Must Change  I Loves You, Porgy, tutte le altre versioni impallidiscono in confronto. Di lei hanno detto e scritto qualunque cosa, di recente è stato scomodato anche il premio Nobel (mai ritirato) Bob Dylan: Nina Simone è la Bob Dylan, nera.

Che scemenza! Come se avesse bisogno di paragoni.

Lei è la gemma ossidiana. Lei è Nina Simone. E questo basta.

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