Referendum costituzionale: il Governo Renzi al capolinea

Con la disfatta del “Sì” nel referendum costituzionale del 4 dicembre termina anche l’esperienza governativa di Matteo Renzi. Rimane in bocca, però, quel sapore amaro per aver perso l’ennesima occasione per cambiare il Paese. Tra scenari apocalittici e incerte prospettive future, cerchiamo di capire chi è il vero sconfitto di questa campagna referendaria

di Mattia Bagnato
su Twitter @bagnato_mattia

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I risultati del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (clicca per ingrandire l’immagine)

È finita! Finalmente, verrebbe da dire. Tra isteria generale, matite “contraffatte” e pericolosi, quanto infondati, timori di alterazione della volontà popolare. La campagna referendaria più caliente della storia della Repubblica è giunta al capolinea[1]. Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero l’esito finale, una constatazione appare doverosa, ahimè. Un’altra volta, la politica italiana è uscita sconfitta. Per l’ennesima volta, le istanze del popolo sono state scalzate dai personalismi partitici. L’effetto? L’odiosa sensazione che la democrazia italiana sia, costantemente, in crisi. Minacciata da insuperabili timori di derive autoritarie e una distorta necessità di decisionismo.

O con me o contro di me – Non scopriamo di certo l’acqua calda, affermando che gli italiani sono stati chiamati a votare, in realtà, su due diversi quesiti referendari. Uno, quello alla luce del sole nonostante i mille ricorsi, chiedeva di votare sulla riforma costituzionale. L’altro, quello non scritto, aveva il retrogusto del “giudizio universale” sul Governo e sul suo “giovane Caudillo”. Così l’ha definito Ferruccio de Bortoli. “Arrogante, cattivo e, talvolta, impulsivo”, si è definito lui stesso[2]. Matteo il Rottamatore, della sua arroganza ne ha fatto virtù, forse. Di certo, però, gli è valsa una buona dose di popolarità. La stessa che, ora, sembra essersi incarnata nella classica zappa sui piedi.

Un colpo al cerchi e uno alla botte – Ha perso Matteo Renzi e con lui tutto il popolo italiano. Hanno perso perché, al netto di fantascientifiche previsioni apocalittiche, all’Italia questa riforma serviva come il pane. Doveva dare un colpo al cerchio e uno alla botte, dimostrando a tutti che non siamo un Paese immobile. Soprattutto, però, sarebbe dovuta servire a mettere la parola fine ai privilegi e ai favoritismi. Era una riforma brutta, però. Brutta davvero. Nata male, a colpi di risicate maggioranze[3], e morta peggio, perché propagandata da un “capo” mai eletto. Cosa aspettarsi di meglio allora. Parafrasando il buon vecchio Guccini, infatti, la Riforma costituzionale è morta e mai più ritornerà.

Né vinti né vincitori – Adesso, agli sconfitti non rimarrà che leccarsi le ferite. Per i vincitori, invece, il carro è già pronto. Addobbato a festa, con tanto di trombette da strimpellare sotto alle finestre di Palazzo Chigi. Triste conferma, quest’ultima, che i primi a non capire la riforma sono stati proprio loro: i politici. C’è poco da festeggiare. La crisi di Governo è già partita, come preannunciato dallo stesso lo Presidente del Consiglio e darà vita al 66° Governo dalla fine della Seconda Guerra ;ondiale. Sta tutta qui, a mio avviso, la vera sconfitta. Una disfatta, per lo scarto con cui è arrivata, che fa ripiombare il paese in quell’incertezza politica usata da Matteo Renzi come arma di ricatto.

Chi troppo vuole nulla stringe – “Un’arma di distruzione di massa”, che nulla ha potuto contro le ambizioni improbabili di un Presidente del Consiglio a tratti un po’ troppo borioso. Risuonano ancora oggi, come un campana stonata, le tappe di un’agenda politica mai realizzata fino in fondo. Le cause sono molteplici e di varia natura. Di sicuro, c’è che il Governo con la sua maggioranza, “tenacemente” sul piede di guerra, non è stato all’altezza, pur rimanendo il più riformista di sempre. Ha promesso mari e monti Renzi. L’ha fatto quando assicurava una riforma al mese[4], c’è ricascato sulla rilettura dell’Italicum e sull’elezione diretta dei Senatori. Alla fine, nessuno gli ha più creduto.

Scacco al re – Il fallimento di Matteo Renzi, che ne dica lui, non risiede in questo referendum. Nient’affatto. L’insuccesso appare evidente se si pensa che, dopo tutto, non è riuscito a ridimensionare Beppe Grillo. Anzi, tutto il contrario. Soprattutto, però, il suo più grande fiasco sta nel non aver saputo “rubare” voti ad un Centrodestra in crisi d’identità. Matteo il Temerario le ha provate tutte. A partire da quel Patto del Nazareno, su cui aleggia ancora un alone di mistero. Non contento, poi, si era buttato a capofitto in stravaganti alleanze di Governo. Quanta fatica sprecata.

Chi la lascia la strada vecchia… – “Se le elezioni potessero cambiare qualcosa, sarebbero vietate”, scrivevano gli autonomi sui muri delle città tedesche. Non sapremo mai se questa riforma avrebbe davvero cambiato il Paese. Dare slancio alla macchina legislativa e favorire l’uscita dalla crisi economica è cose ardua. L’unica cosa che conosciamo, di sicuro, è la tendenza gattopardesca che, invece, lo caratterizza da sempre. L’inclinazione a favorire il cambiamento, perché tutto rimanga com’è. Immutato. A sentirli gli italiani, è con questa indistruttibile convinzione che si sono recati alle urne. In fila indiana, volti assorti tra mille pensieri. Decisi, nel profondo del cuore, ha fare la cosa giusta. Già, perché come al solito, gli unici a volere il bene del paese sembrano sempre e solo loro.

Sette vite come i gatti – Con la sconfitta del , non perde solo Renzi. A perdere, infatti, è il Renzismo nella sua essenza. Quello che non guarda in faccia a nessuno e va dritto per la sua strada. Che non disdegna il compresso in quanto tale, ma che lo vede come un atto di forza. Da parte sua, invece, il fronte del No vincendo ha l’atroce responsabilità” di aver “lasciato sul campo” una sfilza di renziani allo sbaraglio. La mente corre veloce a coloro che, come Denis Verdini e Angelino Alfano, da domani mattina dovranno cercarsi un nuovo paracadute. Siamo sicuri, però, che presto o tardi lo troveranno e ci accorgeremo che questa riforma, in fondo in fondo, non avrebbe cambiato un bel niente.

Per il momento, rimane uno strano senso d’angoscia. Niente di cui preoccuparsi, è il senso di responsabilità civica che in Italia ti lacera dentro e ti toglie il sonno. Una strana sensazione, figlia della paura di aver fatto perdere all’Italia l’ennesima occasione per fare una vera Riforma costituzionale. Una di quelle con la “R maiuscola”, però. Capace di ridare sovranità al popolo, sbarazzarsi completamente di una classe politica impreparata e che sappia riportare nell’agenda politica le vere questioni che stanno a cuore ai cittadini.

In attesa di questo momento, non rimane che continuare incessantemente la via delle riforme. Quelle a cui faceva riferimento prima, però. Quelle con la R maiuscola, appunto. Evitando, per quanto possibile, di farsi condizionare da chi semina il senso di colpa e il disfattismo. Ricordando, oltre ogni ragionevole dubbio, che i politici passano mentre i problemi restano se non si ha la volontà di risolverli una volta per tutte.

[1] http://video.repubblica.it/dossier/referendum-costituzionale/referendum-vince-il-no-e-renzi-si-dimette-il-discorso-integrale/261583/261910

[2] http://www.ilgiornale.it/video/politica/renzi-si-confessa-sono-cattivo-arrogante-e-impulsivo-1328465.html

[3] http://www.panorama.it/news/politica/italicum-legge-elettorale-iter-approvazione/

[4] http://www.corriere.it/politica/14_febbraio_18/lavoro-fisco-burocrazia-ecco-l-agenda-renzi-b542f3b6-9862-11e3-8bdc-e469d814c716.shtml

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