Ana Ivanovic, la ragazzina di Belgrado divenuta regina per una notte (o uno Slam)

A soli ventinove anni ha annunciato il ritiro Ana Ivanovic, una delle più forti e promettenti tenniste degli ultimi dieci anni, a causa dei troppi infortuni che le hanno tarpato spesso le ali in una carriera che poteva essere più lunga e molto più vincente

di Sergio Basilio
su Twitter @TagoSergio23

ana-ivanovic-01Come un fulmine a ciel sereno, Ana Ivanovic ha detto addio al mondo del tennis: un’atleta esemplare e giocatrice amatissima che ha dovuto sempre far fronte a tante difficoltà fisiche, oltre che un’infanzia difficile nei Paesi balcanici degli anni Novanta. Ad oggi la sua scelta sembra decisa e senza rimpianti: “Ho vissuto il mio sogno”. Ripercorriamo la carriera di una ragazza divenuta un esempio per questo sport con la sua tenacia oltre che con la sua presenza in campo.

Cara Ana, prima o poi questo giorno doveva arrivare sicuramente e chissà quante volte l’hai immaginato, quante volte hai pensato al momento in cui si appende la racchetta al chiodo (è così che si dice no?), il momento in cui senti di aver dato tutto, in pace con te stessa ed è ora di voltare pagina, verso nuovi stimoli, verso nuovi lidi da esplorare, nuove emozioni da fare tue; il momento di dire basta, come se improvvisamente t’accorgessi che il cerchio si sia chiuso, che le gesta nella fiaba sono state tutte vissute e bisogna cominciare a narrarle. Ma perché così presto? Perché privare il popolo del tennis della tua eleganza, della tua forte personalità e del tuo diritto al fulmicotone? Mi piacerebbe entrare nella tua testa, dolce Ana, per capire quanta forza ci sia voluta per prendere tale decisione e accettare che i tanti, troppi infortuni abbiano condizionato quel tuo fisico così elegante da indossatrice ma troppo fragile per una tennista.

Ne hai fatta di strada se ti guardi alle spalle, fin dai primi palleggi nella Jugoslavia di fine secondo millennio, a Belgrado, dove non dev’essere stato certo facile coltivare la tua passione, la voglia di una ragazzina che guardando il proprio idolo in tv (Monica Seles) ha deciso di voler fare la tennista. Non dev’essere stato facile correre di prima mattina agli allenamenti e tornare di corsa a casa per la costante paura di un bombardamento imminente. Non dev’essere stato facile far coesistere la gioia dei primi tornei vinti tra ragazzini e il timore dei continui sviluppi sulla guerra fratricida che si stava consumando in quegli anni.

Chissà cos’hai pensato nel tuo esordio da professionista del 2003 o quando hai vinto il tuo primo titolo WTA a Canberra. Certo, gli inizi non sono stati facili, l’altalenante rendimento nel triennio 2003/2006 evocava brutte parole come “meteora”, “eterna promessa incompiuta”, hai dovuto masticare amaro con avversarie del calibro Amelie Mauresmo o di Serena Williams, per non parlare della sonora batosta con Vera Zvonareva sul più bello, in quello sfortunato Australian Open del 2007 e successivamente nel Tier I di Charleston.

Ma tu non ti sei abbattuta, vero Ana? Hai continuato con feroce convinzione ad allenarti, a migliorarti, cambiando più di un coach (tanto da essere chiamata “mangia-allenatori” ) alla ricerca della ricetta perfetta, per esprimere il tuo gioco, per potenziare un fisico possente ma elegantissimo, per raggiungere i tuoi obiettivi e dimostrare al mondo quello che tu sotto sotto già sapevi: Infatti avrai di certo un ricordo ben più dolce in quella finale sofferta, per via di quel maledetto infortunio alla caviglia, contro la russa Svetlana Kuznetsova, dove hai sollevato al cielo il tuo secondo trofeo e soprattutto (grazie ad esso) sei entrata di prepotenza nella top ten del ranking WTA, all’ottava posizione, che significava essere tra le migliori al mondo. Ma questo per te era solo l’inizio e lo sapevi, adesso la classifica andava scalata, passo dopo passo, battuta dopo battuta, avversaria dopo avversaria. Il quarto posto arriva con la vittoria nel torneo di Los Angeles contro Nadia Petrova e sarà difeso fino alla fine dell’anno nei vari tornei rimanenti a cui hai partecipato.

Ma non bastava, serviva ben altro per raggiunge il primo posto nel ranking, in fondo per essere LA migliore bisogna affrontare i migliori. Ed è da questo concetto che nascono le più belle battaglie sul campo in terra battuta (e non solo) contro Maria Sharapova. Il primo grande incontro avviene nella finale degli Australian Open del 2008, dopo aver buttato fuori addirittura Venus Williams con una grandissima prestazione ai quarti. Ma Maria è un’altra storia, due set 7-5 6-3 bastano per decretarla vincente e regalarti “solo” il secondo posto del ranking. Ma le grandi soddisfazioni arrivano solo a chi ha il dono della pazienza e infatti, al Roland Garros dello stesso anno, grazie anche a una splendida condizione di forma e per una volta esente da infortuni, superi Jelena Jankovic in semifinale (6-4 3-6 6-4), che ti permette (grazie anche ai forfait della Sharapova e della Kuznetsova) di diventare a soli vent’anni la prima serba e la settima più giovane tennista a diventare la numero uno del ranking WTA. Il tutto coronato poi dalla vittoria del primo grande Slam dopo aver battuto anche Dinara Safina 6-4 6-3. Purtroppo non andrà altrettanto bene in Inghilterra, a Wimbledon, dove dopo un passaggio agevole dei primi turni, esci dal torneo contro la Zheng forse più per errori e demeriti tuoi che per meriti della cinese.

Il 2010 purtroppo non si apre nel migliore dei modi, anzi inizia un vortice di eliminazioni da cui è psicologicamente difficile uscire: fuori ai quarti con Serena Williams a Dubai, fuori dagli Australian Open ai primi turni, fuori anche da Miami, Roma, Parigi e Londra. Tante, troppe uscite che a una ragazza di vent’anni possono far malissimo, a tal punto da prenderti una pausa di riflessione a fine anno per recuperare le forze fisiche e leccarsi le ferite psicologiche, quelle che fanno sicuramente più male.

Purtroppo nemmeno l’ottimo torneo al Foro Italico di Roma (semifinale contro Josè Martinez Sanchez dopo una scalata dal primo turno degna della più aulica impresa) ti ridanno il sorriso, visto che poi le cadute di Parigi e Wimbledon sono altrettanto pesanti, così come lo sarà il resto dell’anno.

Ana Ivanovic con la coppa per la vittoria del Roland Garros 2008

Ana Ivanovic con la coppa per la vittoria del Roland Garros 2008

La stagione successiva è sempre avara di grandi risultati anche se l’orgoglio di rappresentare il tuo paese ai Giochi Olimpici di Londra 2012 ti portano fino al terzo turno quando devi arrenderti alla belga Kim Clijsters 6-3 6-4. Rappresenti la Serbia in altre occasioni, ma mai riuscendo a esprimere il tuo vero potenziale. Negli altri grandi tornei le sfide con la Sharapova infiammano tifosi e amanti dello spettacolo vedendo sempre la russa vittoriosa, sia a Stoccarda che a Madrid.

Per rivedere la vera principessa della Serbia, la vera potenza delle battute a 190 km/h e quel dritto arma in più del tuo tennis fisicamente tecnico dobbiamo aspettare il 2014, quando torni a vincere un titolo, ad Auckland, battendo in ordine Riske, Larson, Nara, Flipkens e Venus Williams in una finale spettacolare e ben giocata da entrambe. Poi è la volta del Monterrey Open, dove la vittima della finale ha il nome della Jaksic (della Wozniacki in semifinale). Altra finale raggiunta ancora a Stoccarda; finale però persa sempre contro Maria Sharapova, probabilmente l’avversaria numero uno e certamente quella che ti ha sempre fornito i maggiori stimoli per migliorarti e superarla, cosa che avviene poco dopo negli Internazionali d’Italia ai quarti di finale. Inutile dire che tutte queste bellissime imprese sono figlie di una condizione fisica finalmente all’altezza, una mente libera da vincoli e prigioni e una totale fiducia in se stessi che ti permette di esprimere il Tennis che hai sempre voluto.

Prima del resoconto finale del 2014 c’è ancora tempo per due sfide memorabili contro la Sharapova, una vittoria a Cincinnati e la rivincita della russa qualche mese dopo all’ultimo Premier Mandatory della stagione. Il bottino finale della stagione recita così nella lista: quattro titoli, due finali, record di match vinti e la quinta posizione nel ranking WTA, il tutto per decretare una vera e propria rinascita che però verrà arrestata dall’ennesima battaglia persa con la Sharapova a Brisbane e un altro serio infortunio al piede che non permettono la partecipazioni a metà dei grandi tornei del 2015.

Il 2016 verrà ricordato probabilmente per i tanti (troppi) grandi ritiri nel mondo dello sport. La lista è lunghissima: da due mostri inarrivabili del basket come Kobe Bryant e Tim Duncan, a Bradley Wiggins nel ciclismo, alla clamorosa scelta di Nico Rosberg di lasciare la Formula 1 dopo la vittoria del mondiale. E tu, Ana, magari non volevi essere da meno. Hai già affermato che hai vissuto un sogno e ti credo, mi chiedo solo che carriera avresti avuto senza quella infinita sfilza di infortuni o con un po’ più di lucidità e fermezza, nei match che contavano davvero. Sappiamo entrambi che molto spesso il tuo potenziale è rimasto sopito, inespresso, risparmiato per chissà quale grande incontro. Rimani un’icona del tennis femminile degli ultimi dieci anni insieme a Maria Sharapova (le Williams non fanno testo) oltre che un simbolo per il tuo Paese, tanto che dal 2007 sei ambasciatrice UNICEF per la Serbia e questo è sicuramente un ruolo a cui ti dedicherai sempre più visto il tempo libro della “pensionata”.

Detto ciò mi sembra come minimo doveroso elencare i record e il palmares acquisito in questi anni sul terreno di gioco: 15 titoli WTA e 5 ITF, posizione numero uno del ranking raggiungo il 9 giugno 2008 detenuta per dodici settimane, 480 vittorie e 225 sconfitte per una percentuale di successi del 68,49 %, una vittoria al Roland Garros nel 2008, finale negli Australian Open del 2008 e semifinale a Wimbledon nel 2007 e un’altra al Roland Garros nel 2015, quarti di finale agli US Open nel 2012, terzo turno alle Olimpiadi del 2012 di Londra.

Si dice che i pugili siano i primi ad accorgersi quando è il momento di smettere ma sono gli ultimi ad ammetterlo; immagino che per te, cara Ana, non sia stato meno doloroso accettarlo, dopo le fatiche e gli sforzi fatti, dopo tutte le grandi imprese, il superamento dei propri limiti, dover rinunciare a soli ventinove anni al tennis fa un po’ storcere il naso ed esclamare “Peccato!”, ma la scelta è ponderata da una maturità che hai sempre avuto, lì dove la ragazzina si è fatta presto donna e la donna si è fatta campionessa; e la campionessa ha capito che è il momento di chiudere, hai capito che non potevi più essere al top e allora il gioco non valeva più la candela, perché se scendi in campo lo fai per vincere, altrimenti non ha senso farlo. La colpa possiamo darla a quei muscoli forse troppo fragili per sorreggere la tua potenza e non certo per mancanza di fame o senso di appagamento. Quella non svanirà mai, è nel tuo DNA, come in quello di tutti i vincenti.

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