“È solo la fine del mondo”, il felice ritorno di Xavier Dolan

Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il sesto film di Xavier Dolan racconta la storia di Louis, che torna dai suoi per avvertirli che morirà. Dolore e amore in un abbraccio indissolubile, dipinti dalle tonalità cupe e forti del regista più visionario del momento

di Gloria Frezza
su Twitter @lavanagloria

fonte immagine: Facebook

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Non è mica la fine del mondo?”. Inizia così, voce narrante con tono baritonale e qualche primo piano rapace di Gaspard Ulliel, l’ultimo film di casa Dolan che ci ha tenuto compagnia durante le feste. Il titolo francese Juste la fin du monde è arrivato nelle sale italiane come “È solo la fine del mondo”, oltre che insignito già dei più vari “visionario” e “disturbante”, come tutte le pellicole del prodigio Xavier Dolan. Consultando chi si intende della lingua francese tuttavia, ho scoperto che il titolo originale cela un significato che è andato perduto nella traduzione italiana. Letteralmente sarebbe: “(è) proprio la fine del mondo”, volendo rispondere alla domanda posta all’inizio dal protagonista. Tenetelo a mente, è un po’ la chiave di volta del film (con buona pace dei nostri titolisti).

La storia è la più attuale tra le tematiche selezionate dal regista. Louis, drammaturgo di trentacinque anni, omosessuale, vive lontano dalla sua famiglia da molto e trova ogni scusa per evitare di andare a trovarli. Una novità improvvisa lo costringe all’inevitabile rincontro: un tumore lo ucciderà entro un mese. Ad aspettarlo frementi una madre, un fratello maggiore e sua moglie ed una sorellina cresciuta che lui ricorda a malapena. Apparentemente una trama simile nasconde ben poco, salvo l’inevitabile dramma famigliare che conseguirà l’annuncio. Eppure, Dolan ha un’altra idea.

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Quel che sperimenta il nostro protagonista è un delirio onirico di colpa e perdono, che passa attraverso gli occhi stanchi di sua madre, il furore di suo fratello e il dolore sordo della piccola Suzanne (Léa Seydoux). Dolan è instancabile, tallona Louis senza lasciargli spazio. Le inquadrature esasperate lo seguono come due occhi umani, sono alle sue spalle e poi sulla sua testa, e ancora lo anticipano violentemente per poi voltarsi a cercarlo.

In casa lo hanno aspettato a lungo, nell’unico modo in cui si riesce a sanare una mancanza intollerabile: negandola. Sua madre (Nathalie Baye) ha fatto della sua assenza un mausoleo, collezionando maniacalmente i suoi successi e apparecchiando ad ogni Natale anche per lui. Da Louis tutti cercano delle risposte, ma nessuno sembra volerle udire per davvero. Una su tutte la domanda ossessiva che il fratello Antoine (Vincent Cassel) gli lancia contro appena può: “Perché sei tornato adesso?”.

Ad interrompere i soliti equilibri, che fanno presto a restaurarsi in casa (tutti gli altri in cucina e Louis solo in camera sua), arriva una figura eterea e pesante contemporaneamente: la cognata Catherine. Marion Cotillard dà a questa piccola moglie di provincia, succube di un marito irritabile, una delicatezza ed un intuito che ne fanno la prima confidente segreta di Louis. Lei, dimessa e labile, intuisce il motivo della visita pur pregandolo di non rivelarglielo mai. Estranea e complice di questa famiglia rotta, Catherine guarda Louis con la disperazione di chi ha perso un amico ancor prima che lui potesse diventarlo. Lui per contro, quando lascia la casa ha l’animo leggero, sa di aver finalmente affidato a lei il proprio vuoto da riempire nelle vite dei suoi cari.

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Xavier Dolan, che prima di tutto è uno sperimentatore, lascia i volti stanchi e persi di Mommy, per provare un modo diverso di fare cinema. La sua regia in Juste la fin du monde è imprecisa e feroce, scava insolente negli occhi dei suoi protagonisti che sciorinano instancabili argomenti sciocchi. In una casa dai colori saturi, piena di ricordi in cui la telecamera sta quasi stretta, Dolan trova la poesia del dolore. Nei suoi primi piani crudeli, nei balzi di volume, nelle musiche mirabilmente stonate di Gabriel Yared, il regista esplora il mini-mondo più complesso: la famiglia. Sopra ogni cosa costretta ad amarsi senza più capirsi, legata da qualcosa che sfugge alla ragione e sfiora la mistica.

Metaforico e caravaggesco, questo film percorre un terreno accidentato con grazia ed apprensione. Dolan rispetta la sacralità del suo argomento come in pochi sono stati in grado di fare, gestendo film claustrofobici come questo. Una grande potenza attoriale e una regia consapevole e sfrenata fanno di “È solo la fine del mondo” il vero film-rivelazione indipendente e Dolan, senza macchia, non delude mai.

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