Ritorno tra le strade di Warlock

Presentato lo scorso dicembre a Roma a “Più Libri Più Liberi”, “Warlock” di Oakley Hall, romanzo finalista al Pulitzer nel 1958 e quasi caduto nel dimenticatoio, è tornato nelle librerie grazie a una nuova traduzione firmata Sur

di Alessandra Giannitelli
su Twitter @Alessandrag_83

(fonte immagine: ©Alessandra Giannitelli | Ghigliottina)

(fonte immagine: ©Alessandra Giannitelli | Ghigliottina)

Pubblicato per la prima volta nel 1982 da La Frontiera Edizioni con il titolo “Ultima notte a Warlock” e la traduzione di Mauro Filippini, il capolavoro di Oakley Hall è stato presentato alla recente fiera dell’editoria indipendente di Roma, Più libri più liberi, nella nuova edizione SUR, che si avvale della traduzione di Tommaso Pincio (“Warlock“, BigSur, ottobre 2016, pp. 685).

Un libro che è caduto nel dimenticatoio non soltanto in Italia, ma che persino negli Stati Uniti – dopo esser stato finalista al Premio Pulitzer nel 1958 – è rimasto nell’ombra.

Il romanzo tutto è fuorché un romanzo pulp da edicola“, sottolinea Luca Briasco, noto americanista e traduttore, nonché editor presso Einaudi Stile Libero. “È una riflessione su un grande genere della letteratura americana – il western – un genere al quale siamo stati abituati ad approcciarci solamente attraverso il cinema, legato alla mitologia americana che ha la faccia, su tutti, di John Wayne, di Gary Cooper e di Henry Fonda.”

Proprio Fonda è, non a caso, il protagonista della versione cinematografica di questa storia, “Ultima notte a Warlock” (Edward Dmytryk, 1959), insieme a Richard Widmark e ad Anthony Quinn.

Un libro che segna uno spartiacque anche nell’evoluzione della letteratura western americana, fino ad allora assorbita dalle pubblicazioni seriali, con poche eccezioni“, continua Briasco.

La storia è ambientata nel 1880 in una città di fantasia, chiamata appunto Warlock. Una città di frontiera, che ancora non ha lo status di città in quanto si trova in uno dei territori non ancora formalmente inglobati nel governo degli Stati Uniti, quindi sprovvista di uno sceriffo federale. Per questo, afflitto dall’assenza di una legge vera e propria, il comitato cittadino decide di chiamare il famoso pistolero Clay Blaisedell affinché riporti ordine laddove dove ormai dilagano dissidi, gioco d’azzardo e soprusi d’ogni genere.

fonte immagine: edizioni Sur

fonte immagine: edizioni Sur

In America appare nel ’57, quindi in un periodo molto particolare e importante sia della storia americana che del percorso letterario americano, che avrà anche delle conseguenze anche sulla trasposizione cinematografica: perché negli anni ’50, in America, parlare di queste cose significava maccartismo“, spiega Tommaso Pincio.

Uno dei motivi per cui questo non è il classico western, è che all’interno di questa ricca storia c’è anche una storia di lotta sociale. Questa città immaginaria, Warlock, gravitava economicamente intorno alle miniere, che producevano minatori, che producevano condizioni di sfruttamento e di disagio, con tutto quello che ne consegue: in questo romanzo si racconta un embrione di lotta sindacale e quindi, rispetto a quello che era il clima politico e culturale dell’America degli anni ’50, è sicuramente un romanzo che andava in controtendenza“.

La polvere si sollevava anche lungo le strade battute dai viaggiatori:
un cercatore d’oro col suo burro; un gruppo di uomini venuti a cavallo da San Pablo;
i grandi carri che scendevano dalle miniere sulle loro grosse ruote, traboccanti di minerali; i carichi di legname trainato dalle foreste delle montagne a nord e destinato alle gallerie delle miniere;

Nel film del 1959, tutta la parte dei minatori viene omessa, a conferma del rischio.

Edward Dmytryk aveva avuto dei precedenti con la Commissione per le attività antiamericane e, tornato in America dopo diversi anni, il primo film che si trovò a dirigere da reintegrato fu Warlock: va da sé che mettersi a parlare di rivendicazioni sindacali non fosse la cosa più idonea alla sua condizione.

Tornando alla letteratura, gli anni ’50 sono anche gli anni in cui la cultura americana inizia a produrre dei fenomeni trasgressivi, si pensi a “Lolita” di Nabokov.

Prosegue Pincio: “Una delle caratteristiche importanti di questo romanzo e uno dei motivi per cui affascinò tanto i ragazzi di quegli anni che si avvicinavano alla letteratura è l’incrocio tra mito e il tentativo di ricollocare il mito all’interno del mondo credibile.”

Hall stesso, d’altronde, nella nota introduttiva, avvisa il lettore della veridicità della narrazione, seppur sottolineandone la forma romanzata, specificando che tanto i personaggi quanto l’intreccio delle vicende derivano da persone ed eventi realmente esistite e succedutesi.

Nel fondere ciò che davvero accadde con ciò che potrebbe essere accaduto,
ho tentato di mostrare quel che sarebbe dovuto accadere.
[…] il compito della letteratura romanzesca è la ricerca della verità, non dei fatti.

Un romanzo precursore della letteratura esplosa negli anni ’60 e ’70 che vede protagonisti nomi del calibro di Pynchon, Carver, DeLillo, McCarthy, ma che allo stesso tempo opera su una realtà storica del western e delle leggende che vi appartengono.

Il western ha rappresentato la storia degli Stati Uniti, seppur in modo diverso dai racconti dei suoi scrittori e, non a caso, i fatti raccontati in questo romanzo si ispirano a un evento realmente accaduto: la sparatoria all’O.K. Corral.

Perché, tra tanti altri fatti reali e ben più significativi, Hall sceglie proprio l’O.K. Corral come evento di riferimento? Semplicemente perché la notizia della sparatoria – differentemente da quanto accadeva di solito – arrivò alla conoscenza dell’America soltanto nel terzo decennio e, di conseguenza, venne raccontata in modi diversi e non sempre del tutto aderenti alla realtà: tutto ciò consentì allo scrittore di costruire un romanzo basato su una storia vera che era stata reinterpretata in mille versioni e di raccontarla a modo proprio.

Sempre, s’intende, con un piede nella realtà e uno nel romanzo.

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