Democristiani e comunisti possono coesistere? Bisognava pensarci 10 anni fa

Mentre le destre avanzano in tutta Europa e il M5S in Italia si mantiene saldo al 30%, il PD consuma quello che Romano Prodi ha definito “un suicidio”

di Marco Assab
su Twitter @marcoassab

Matteo Renzi durante un convegno del Partito del Socialismo Europeo nel 2014 (fonte immagine: wikimedia.org)

Matteo Renzi durante un convegno del Partito del Socialismo Europeo nel 2014 (fonte immagine: wikimedia.org)

Democristiani e comunisti possono coesistere? A dispetto di chi dà per morte le ideologie, di chi non riconosce più nessuna destra e nessuna sinistra, nel Partito Democratico è esploso negli ultimi mesi il disagio dovuto alla coesistenza di pensieri tanto, forse troppo, diversi. Saranno senza dubbio morte “alcune” ideologie, ma l’ideologia intesa come schema personale di valori che consente ad una persona di interpretare la realtà esiste ancora (e per fortuna). Maggioranza e minoranza del Partito Democratico non erano, e non sono, praticamente d’accordo su nulla, hanno “ideologie” nettamente distanti.

L’elenco delle divergenze è lungo, a cominciare dalle tasse, dove la sinistra del partito non ha mai accolto di buon grado l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa per tutti i redditi (milionari compresi), passando poi per il Jobs Act, la legge elettorale, e concludendo con i decisi “No” al Referendum costituzionale. Per mesi è sembrato di vedere degli antipodi scontrarsi, una lotta intestina probabilmente mai vista prima all’interno di uno stesso partito e, se vogliamo dirla tutta, uno spettacolo piuttosto desolante per militanti ed elettori.

democratici-sinistraOra, la domanda circa la convivenza di democristiani e comunisti è quanto mai attuale, ed è sufficiente riavvolgere il nastro di 10 anni per comprenderne il senso. Nel 2007 il Pd nasce dalla fusione tra Democratici di Sinistra (eredi del Partito Comunista), Margherita e altre forze minori. La Margherita (leader Francesco Rutelli) era una formazione di ispirazione cristiano-sociale, centrista, e tutto era fuorché un partitino. Nel 2001 raccolse il 14% alla Camera, mentre nel 2006 il 10% al Senato. Dunque l’eredità del Pd non è esclusivamente quella del PCI, non è solamente quella della sinistra italiana, bensì l’incontro tra due grandi “anime”, una rossa e una bianca (per sintetizzare).
Finché l’anima rossa è stata maggioranza tutto ok, nessuno fuori dai ranghi, “la ditta” veniva prima di ogni personalismo o puntiglio. Nel momento in cui l’anima bianca, nella persona di Matteo Renzi (ex Margherita), ha preso il timone, il principio del centralismo democratico di Leniniana memoria è andato a farsi benedire. Il lettore sorriderà leggendo “centralismo democratico”, principio da ragnatele della politica, e invece no. Perché non è sfuggita a nessuno quella bandiera dell’Urss sventolata in platea, forse più per goliardia, durante l’iniziativa di Rossi, Emiliano e Speranza denominata “Rivoluzione Socialista”. Bene, il principio del centralismo democratico enunciava a grandi linee: libertà di discussione all’interno del partito ma, una volta che la maggioranza ha preso una decisione, unità d’azione. Così funzionava il Partito Comunista Italiano, del quale questa minoranza recalcitrante (in parte ormai ex) dovrebbe esserne l’erede…

L'albero "genealogico del PD (clicca sull'immagine per ingrandirla)

L’albero “genealogico del PD (clicca sull’immagine per ingrandirla)

Ebbene, alla coesistenza tra democristiani e comunisti bisognava pensarci 10 anni fa, non adesso. Non ci si può accorgere ora che il compromesso storico non s’ha da fare. Dal momento in cui si fonda un nuovo soggetto politico come il Pd, dal momento in cui vi si aderisce, si sposa proprio quell’idea di sintesi e condivisione di storie, esperienze e tradizioni diverse. O ci stai o non ci stai, anche perché i segretari passano, i partiti restano. E questo principio vale per tutti, anche per Matteo Renzi, che in quanto segretario Pd e Presidente del Consiglio avrebbe dovuto frenare, in alcuni casi, il suo eccessivo decisionismo e fare qualche concessione in più alla minoranza.

Quanto alla realpolitik non sarà sfuggito al lettore il “perfetto” tempismo di questo violento scossone interno al Pd. La scissione, come l’hanno battezzata i media, arriva in un momento in cui le destre avanzano in tutta Europa. In Francia Marine Le Pen è in testa ai sondaggi, pur avendo al ballottaggio scarse possibilità di vittoria; in Olanda Geert Wilders, leader dell’ultra destra islamofoba ed euroscettica, è anch’esso in vantaggio nelle proiezioni (non dovrebbe andare al governo per via di una grande coalizione che gli si formerà contro). Sul fronte Europa alcuni Paesi dell’est, Ungheria in primis, continuano a non volerne sapere di collaborare sull’immigrazione.

In Italia invece le destre si riorganizzano, lavorano ad un tavolo comune, il M5S sembra riuscire a superare la crisi della giunta romana e rimane saldo, sulla scena nazionale, al 30%. Che pensa dunque di fare il PD in uno scenario politico tanto allarmante per il centrosinistra? Spaccarsi, scindersi, dilaniarsi al suo interno, litigare per date e tempi congressuali, creare con ogni probabilità nuovi gruppi parlamentari che renderanno ancora più traballante l’esperienza del governo Gentiloni (altro che stabilità). Nemmeno il più dotato dei registi potrebbe scrivere una commedia così brillante.

Al vento anche gli appelli di Romano Prodi, padre nobile dell’Ulivo, che ha definito tutto questo “un suicidio”. Nulla di nuovo. Abbiamo già visto una sinistra al governo che scendeva in piazza a manifestare contro il governo (praticamente contro sé stessa). Avanti popolo alla riscossa!

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