Tra Italicum e Italichellum: il nostro Paese e le leggi elettorali

Intervista a Roberto Brocchini, scienziato politico esperto di sistemi elettorali. Assistente universitario a Pisa dal 1997 al 2004, Brocchini ha collaborato con il Centro Italiano Studi Elettorali diretto dal prof. Roberto D’Alimonte. Oggi è autore di un sito, archivioelettorale.it, dove, costantemente aggiornati, sono inseriti i risultati elettorali italiani ed internazionali, oltreché i vari sistemi elettorali

di Gaia Cacace
su Twitter @gaia_cacace

La sentenza della Corte Costituzionale dello scorso 25 gennaio ha stabilito la incostituzionalità di una parte della legge elettorale in vigore, il c.d. Italicum, nella fattispecie riguardo al ballottaggio. Ritiene che un sistema che, come l’Italicum prima che venisse bocciato parzialmente dalla Consulta, miri ad una bipolarizzazione del sistema possa essere adatto alla politica italiana o che, invece, attui una forma eccessivamente distorsiva della realtà? Insomma, è sempre da preferire, come in molti nel dibattito politico odierno asseriscono, una minore rappresentanza e una maggiore governabilità (e fino a che punto è vero che esse sono collegate) ed è stato davvero questo il problema dell’Italia negli anni? Perché, secondo Lei, ci sono stati come la Svezia o la Danimarca che adottano sistemi ultraproporzionali nei quali sorgono (spesso) governi di coalizione perfettamente stabili?

A mio modesto parere, l’Italicum non credo fosse adatto per il sistema politico italiano. L’Italicum prevedeva il superamento della soglia del 40% dei voti al primo turno per poter conquistare il premio di maggioranza pari al 55% dei seggi. Se nessuna lista raggiungeva tale soglia, ci sarebbe stato il turno di ballottaggio tra le prime due e il premio di maggioranza sarebbe “scattato” indipendentemente dalla partecipazione elettorale. Pertanto, sarebbe stato foriero di effetti distorsivi perché poteva accadere che una lista con il 30% dei voti al primo turno potesse ottenere il 55% dei seggi. È pur vero, come ha sottolineato il prof. D’Alimonte, che bisogna considerare il secondo turno come un turno a sé ma sussiste pur sempre l’ipotesi di una scarsa partecipazione alle urne soprattutto in questo periodo di elevata disaffezione per la politica. Tuttavia, anche accettando il meccanismo del premio sarebbe stato opportuno, per dare maggiore legittimità al sistema, di stabilire un quorum minimo di partecipazione ad es. del 60% degli aventi diritto che in caso di mancato raggiungimento avrebbe fatto “scattare” l’applicazione della ripartizione proporzionale tra tutte le liste. Quindi, alla fine l’Italicum avrebbe prodotto effetti assai distorsivi e, sicuramente, inaccettabili sulla rappresentanza (anche per la presenza di candidature degli stessi capilista fino a 10 collegi e della loro facoltà di scelta nel caso in cui risultassero vincitori in più di uno) e un ulteriore deterioramento del rapporto tra società civile e sistema dei partiti.
A mio avviso, nell’attuale scenario politico italiano caratterizzato da una grave crisi politica, economica e sociale sarebbe preferibile una maggiore dose di rappresentatività. Pertanto un sistema elettorale dovrebbe essere inclusivo, ossia incentivare la partecipazione di tutti i cittadini ai quali dovrebbe essere garantita l’elezione dei propri rappresentanti politici. D’altra parte la parola votare deriva da voto, ossia da “sacrificio”. Pertanto è giusto che tale “sacrificio” sia in qualche modo ripagato nell’interesse collettivo.
In merito al rapporto tra rappresentanza e governabilità, non è sempre detto che vi sia un rapporto inverso. Intanto bisogna distinguere la stabilità, ossia la durata dei governi, dalla governabilità ossia la capacità di produrre atti normativi utili per risolvere la crisi del paese. A mio avviso, non è detto che una lista che abbia la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento garantisca la governabilità in quanto potrebbe essere divisa in correnti al proprio interno che potrebbero per l’appunto paralizzare l’attività legislativa. E d’altro canto, non è detto che un governo di coalizione sia necessariamente meno efficiente di un governo monocolore.

Il parlamento svedese

In merito alla Svezia e alla Danimarca, si tratta di paesi di elevata cultura civica con bassisimi livelli di corruzione che hanno un efficiente welfare state e che investono molto in sanità, istruzione e politiche sociali. In Danimarca, nonostante che il sistema elettorale quasi puro (vi è una soglia del 2% a livello nazionale) consenta il multipartitismo, il sistema politico è riuscito a garantire la stabilità e la governabilità attraverso la formazione di governi di minoranza che non necessitano di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia iniziale. In Svezia, si applica un sistema elettorale proporzionale quasi puro corretto da con soglia di sbarramento del 4% a livello nazionale. Rispetto al caso danese i governi hanno una maggiore durata e il sistema partitico è meno frammentato.

Crede che la legge ora in vigore, che preserva il premio di maggioranza al 40% e i capolista bloccati, necessiti di modifiche, considerando anche le differenze di elezione tra Camera e Senato, o crede si possa andare al voto senza toccarla? La ritiene una buona legge?

La sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha prodotto quello da me ribattezzato Italichellum, termine macedonia che deriva dalla fusione di Italicum e Consultellum. Poiché sono rimasti in vigore alcuni elementi basilari come il premio di maggioranza e le candidature multiple.
A mio parere per la legge in vigore sarebbero auspicabili delle modifiche per uniformare l’elezione di Camera e Senato. Partendo dalla struttura della votazione, sarebbe auspicabile che le candidature multiple dei capilista venissero eliminate in quanto attribuiscono troppo potere ai vertici dei partiti oltre ad essere distorsive della volontà di scelta effettiva dell’elettore. Estenderei le due preferenze di diverso genere anche per l’elezione dei senatori.
Dal momento che i sistemi elettorali sono il frutto di un compromesso tra le forze politiche, riterrei politicamente opportuno estendere anche per il Senato il premio di maggioranza al raggiungimento del 40% dei voti validi a livello nazionale. Tuttavia sussiste sempre teoricamente il rischio che in una delle due camere non venga raggiunto. Inoltre, la soglia di sbarramento dovrebbe essere uniformata al 3% a livello nazionale per Camera e Senato e non dovrebbe essere applicata nel caso di raggiungimento della soglia del premio di maggioranza per evitare un eccesso di disproporzionalità complessiva. Inoltre, estenderei il sistema della lista unica anche al Senato in modo da incentivare le aggregazioni tra le forze politiche le quali, sicuramente, non saranno certamente d’accordo.

Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e promotore dell’Italicum (fonte immagine: trumpeth.com)

Sappiamo che anche all’interno dei sistemi proporzionali vi sono molte differenze, che la formula elettorale adottata può essere più o meno proporzionale e avere degli effetti largamente maggioritari (è il caso della Spagna o della Grecia). A suo avviso, tenendo presente che un sistema elettorale deve essere adatto alla realtà che rappresenta, ne esiste uno, magari europeo, che è più apprezzabile di altri in via del tutto ideale? E può dircene le ragioni?
La Spagna e la Grecia applicano per l’elezione dei propri deputati sistemi elettorali proporzionali con effetti maggioritari. In Spagna per la presenza di circoscrizioni di dimensioni ridotte, in Grecia per effetto del bonus dei 50 seggi che spetta al partito di maggioranza relativa, oltre che per le soglie.
Il sistema elettorale tedesco, a mio parere, rappresenta “il meglio dei due mondi” cioè del principio maggioritario e di quello proporzionale. Molti lo definiscono proporzionale per i suoi effetti, ma in realtà è un sistema misto in quanto i partiti selezionano metà candidati nei collegi uninominali dove si applica il maggioritario semplice (vince chi ottiene un voto in più del secondo arrivato) e l’altra metà in liste di partito. Tra l’altro chi conquista un collegio uninominale ha diritto a mantenerlo anche se non viene raggiunta la soglia (del 5% a livello nazionale o di 3 seggi uninominali) per la partecipazione all’assegnazione dei seggi che avviene con metodo proporzionale. Nel “modello” tedesco è prevista una selezione mista nell’elezione dei rappresentanti e un sistema puramente proporzionale nell’assegnazione di tutti i seggi alle liste. Quindi, dà potere all’elettore nella scelta dei propri rappresentanti e al tempo stesso è un sistema che pur rappresentando equamente i rapporti di forza tra i partiti politici presenta misure idonee ad evitare una eccessiva frammentazione.

Per l’Italia questo non è un momento politicamente facile: il Pd che va verso una scissione, la costituzione di una nuova forza partitica (Sinistra Italiana), la morte di Sel e la crisi nel Movimento 5 Stelle creano turbolenze e terremoti continui. A suo avviso, quale potrebbe essere la scelta migliore per il paese? Un sistema più o meno proporzionale, maggioritario o misto? E simile a quello di quali altre realtà?
Ripeto che vedrei molto bene il modello tedesco, magari un po’ rivisitato, per caso italiano, magari introducendo una soglia di sbarramento del 4% dei voti validi a livello nazionale. Credo sia una misura di buon senso stabilire che un buon sistema elettorale dovrebbe dare effettivo potere agli elettori nella scelta dei propri rappresentanti togliendolo ai vertici dei partiti. Questo potere si dovrebbe concretizzare soprattutto nella possibilità di attribuire all’elettore almeno un voto di preferenza in un quadro di liste di partito “corte” in modo che possa preventivamente conoscere i candidati. Non sono assolutamente d’accordo alle candidature plurime dei capolista nei collegi uninominali. Inoltre non sono d’accordo con quei cattedratici che sostengono che il voto di preferenza produca corruzione. A parte il fatto che con un adeguato meccanismo di controlli la corruzione può essere abbattuta, c’è da sottolineare come i paesi scandinavi, che hanno i più bassi tassi di corruzione al mondo, hanno tutti il voto di preferenza nella scelta dei rappresentanti.
Lo sbarramento ritengo sia obbiettivamente una misura necessaria per evitare una eccessiva frammentazione del sistema partitico che, come lei stessa ricordava, è in via di destrutturazione per possibili ulteriori scissioni. Tuttavia i seggi dovrebbero essere ripartiti a livello nazionale con metodo D’Hondt al fine di avere effetti sostanzialmente proporzionali nel rapporto seggi e voti ottenuti dai partiti che superano la soglia. Quindi il modello tedesco darebbe potere al cittadino elettore nella scelta dei propri rappresentanti e rispetterebbe il principio dell’equità rappresentativa nell’assegnazione dei seggi. Inoltre, favorirebbe le aggregazioni dei partiti e rappresenterebbe un ostacolo al processo di destrutturazione per la presenza dei collegi uninominali e della soglia di sbarramento.

Maria Elena Boschi, promotrice della riforma costituzionale bocciata lo scorso 4 dicembre, e Matteo Renzi (fonte immagine: lanazione.it)

Molti in questi anni ritengono che il senso della democrazia stia nella diade vincente/perdente e che essa si esaurisca al momento elettorale. Da qui la pressione di alcuni politici verso creazioni di premi di maggioranza che danno certa governabilità. Ma un ragionamento di questo tipo, unito allo sradicamento dei partiti dalla società civile, può essere dannoso, secondo Lei, al regime democratico? Possiamo considerarlo uno degli elementi costitutivi di quella che viene definita post-democrazia?

Importanti accademici paventano il rischio di votare con una legge elettorale che non darà né vincitore, né un governo. Il premio di maggioranza indica la quota di seggi legalmente assegnati, in aggiunta a quelli spettanti in base al solo calcolo proporzionale, ad un partito o ad una coalizione che abbiano superato una certa soglia di voti o di seggi, in modo da garantire ad essi la maggioranza in Parlamento. È un’invenzione italiana (vedi legge Acerbo del 1923, legge Scelba del 1953, legge Calderoli del 2005 e legge, cd. Italicum, del 2015). Di queste 3 solo la Legge Scelba (definita legge truffa) assegnava il 65% dei seggi alle liste che avevano raggiunto la maggioranza assoluta (ossia il 50%+1 dei voti validi). Per le altre bastava una maggioranza inferiore. Ad ogni modo si tratta pur sempre di un’alterazione eccessiva del principio di proporzionalità.

In democrazia, a mio avviso, non è che si debba vincere per dire semplicemente “ho vinto” magari rappresentando solo una minoranza del corpo elettorale. Pertanto, chi vince ha l’onore e l’onere di governare nell’interesse collettivo mettendo mano seriamente ad alcuni fondamentali problemi che assillano il nostro paese (evasione fiscale, corruzione, mercato del lavoro, politiche sociali, gestione dell’immigrazione, tutela dei prodotti agricoli italiani etc.). Semmai il problema è convincere, ossia vincere assieme, in modo che i partiti anche di differente posizionamento ideologico (sempre che si possa parlare di ideologie al mondo d’oggi) possano trovare un accordo su alcuni punti programmatici fondamentali di interesse generale. Questo affinché i cittadini possano avere delle risposte dai loro rappresentanti.
La Spagna, nonostante negli ultimi anni sia stata caratterizzata da governi instabili, è migliorata nelle sue performance economiche. A mio parere, il problema non sono i governi di coalizione in sé, ma quello che producono nell’interesse della collettività. Quindi, sarebbe auspicabile includere più che escludere anche perché, come Lei ha ricordato, il livello di “scollamento” tra società civile e istituzioni ha raggiunto livelli di notevole pericolosità. Moltissimi cittadini non hanno più fiducia nei partiti che non sono più in grado, da molti anni, di svolgere quel ruolo di intermediazione necessario tra società civile e istituzioni politiche. In sostanza, le oligarchie partitiche sono spesso autoreferenziali, ben distanti dai bisogni reali delle persone e questo rappresenta un elemento negativo di quella che viene definita post-democrazia. Da qui il rafforzamento dei partiti di orientamento populista (definiti talvolta impropriamente razzisti e xenofobi) che, pur nelle loro differenze, hanno in comune il riconoscere la presenza di un nemico del popolo (che per i populisti rappresenterebbe la parte sana): ossia l’oligarchia politico-finanziaria al potere corrotta e corruttrice.

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