Trivelle, un anno dopo

A un anno dal mancato raggiungimento del quorum al referendum che chiedeva limiti temporali ben precisi per l’estrazione di idrocarburi nelle acque territoriali, le condizioni peggiorano. Il governo riavvia le trivellazioni entro le 12 miglia

di Alessandra Bernardo
su Twitter @alebernardo79

All’anniversario del referendum in materia di estrazione di idrocarburi nel mare Adriatico (17 aprile 2016), si tirano le somme su quel che è accaduto a un anno dal mancato raggiungimento del quorum su un tema tanto difficile e discusso e che, nello specifico, riguardava la durata delle attività petrolifere nelle acque territoriali entro le 12 miglia dalla costa.

Il mancato quorum acconsentì, infatti, che l’attività di estrazione potesse continuare fino all’esaurimento del giacimento. Tante furono, però, le promesse e le rassicurazioni del governo alle 13 milioni di persone che si erano recate alle urne per non rinnovare le concessioni di estrazioni di gas e petrolio. Nessuna concessione, infatti, sarebbe stata accordata per nuove perforazioni entro le 12 miglia.

Il 3 aprile scorso, in Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato un decreto del Ministero dello Sviluppo economico  che “permette alle compagnie petrolifere di modificare in corsa il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio della concessione”.

Tale decreto, secondo il Coordinamento No Triv, permetterebbe di aggirare la legge dando il via libera a nuovi pozzi non previsti dal programma. Il procedimento introdotto dal MISE permette, difatti, “alle società petrolifere titolari di concessioni entro le 12 miglia dalla costa già rilasciate di modificare, e quindi ampliare, il loro programma di sviluppo originario per recuperare altre riserve esistenti, e dunque costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme.

Immediate le reazioni delle associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia, che bocciano il decreto dichiarandolo inaccettabile e precisando: “È la smentita definitiva di tutte le parole spese dal governo durante il periodo referendario di aprile scorso per dire che il referendum sollevava questioni di lana caprina, in particolare perché la legge escludeva già nuove trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa. È gravissimo che il governo proceda in questo modo su una questione così delicata, escludendo il Parlamento e non tenendo minimamente conto della volontà chiarissima espressa da 13 milioni di italiani nonostante il mancato raggiungimento del quorum.

Anche la politica si attiva immediatamente e con una interrogazione parlamentare il Pd chiede chiarimenti al ministro Carlo Calenda, delucidazioni sull’argomento vengono presentate anche da Giuseppe Marinello ed Ermete Realacci, presidenti delle Commissioni Ambiente al Senato e alla Camera.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, a seguito delle forti pressioni, con una nota ufficiale precisa: “Il decreto in questione, che aggiorna le modalità operative per la ricerca e la produzione di idrocarburi, non modifica in alcun modo le limitazioni per le attività consentite dal Codice Ambiente nelle aree marine comprese nelle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette, sono escluse altre attività, quali in particolare quelle di sviluppo e coltivazione di eventuali nuovi giacimenti.

Precisazioni necessarie quelle del Ministero che non fugano i dubbi su un decreto che continua a far discutere e a sollevare sospetti.

Siamo tutti a conoscenza dei danni ambientali che le perforazioni in mare possono arrecare al sistema marino e di conseguenza all’intero ecosistema, dell’argomento ne parlammo anche su Ghigliottina. L’Italia e il mondo intero dovrebbero puntare sulla ricerca di nuove strategie energetiche e l’utilizzo e la sperimentazione di fonti rinnovabili per un futuro migliore per tutti.

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