Elezioni Regno Unito: un altro referendum sulla Brexit

A un anno dal referendum sull’uscita dall’UE si torna alle urne, Theresa May punta a prendersi il partito per affrontare al meglio le trattative con Bruxelles

di Guglielmo Sano
su Twitter @GuglielmoSano

Snap Election

Fonte: Thedailystar.net

Benché avesse sempre rifiutato tale evenienza, il premier britannico Theresa May ha chiesto di anticipare l’appuntamento con le elezioni generali inizialmente fissato per il 2020. L’House of Commons – serviva il voto favorevole dei due terzi dei suoi membri – ha acconsentito alla sua richiesta senza porre particolari ostacoli.

Usando il gergo dei commentatori anglosassoni, quelle del prossimo 8 giugno rappresentano un tipico esempio di snap election – così come avvenuto altre quattro volte negli ultimi 35 anni (1985, 1987, 2001, 2005).  Generalmente le “elezioni lampo” vengono indette prima della scadenza naturale di una legislatura per sfruttare un’opportunità politica o per superare un grave impasse, e in questo caso entrambi gli elementi sono ben presenti: di fatto, i laburisti non sono mai apparsi tanto in difficoltà e le imminenti negoziazioni sulla Brexit tutto sembrano tranne che un nodo semplice da sciogliere.

D’altra parte, a indicare la strada delle urne al Primo Ministro deve essere stato soprattutto l’avvicinarsi dei cruciali colloqui sull’uscita dall’Ue – che cominceranno a giugno, come previsto e chiarito subito da Bruxelles. Theresa May è sicura di poter ampliare la maggioranza parlamentare che la sostiene e, quindi, rafforzare la sua posizione “all’esterno” del Regno – e ancor di più  al suo interno, considerando che spetta proprio al Parlamento “l’ultima parola” sull’accordo che strapperà alle istituzioni europee.

Un valido indizio, in questo senso, è stato fornito da David Cameron. I Conservatori, ha detto l’ex inquilino di Downing Street, “hanno bisogno di vincere e di vincere bene” perché solo così “potranno resistere a chi vuole una Hard Brexit” – chiaro il riferimento agli esponenti Tory fautori della “linea dura” sul divorzio dalla Comunità Europea. Tale versione è stata solo in parte confermata dall’attuale primo ministro. Infatti, più vaga, la May ha giustificato le elezioni anticipate dicendo semplicemente che “ogni voto per me e la mia squadra rafforzerà la mano del Regno Unito nelle trattative sulla Brexit”.

Per farla breve: benché Theresa May abbia sempre appoggiato le istanze favorevoli ad una Hard Brexit, l’esito del voto potrebbe ridimensionare notevolmente la parte più intransigente dei Conservatives consentendole un margine di manovra più ampio sul tavolo dei negoziati. Tale flessibilità potrebbe condurre a una Soft Brexit, magari condita da un “accordo di transizione” per l’accesso al mercato comune – l’unica opzione che in linea teorica dovrebbe evitare di pagare un conto troppo “salato per l’uscita dall’UE, neutralizzando al contempo le spinte centrifughe provenienti in primo luogo dalla Scozia.

D’altro canto, anche se “morbida”, l’uscita del Regno Unito non si verificherebbe prima del 2019 – se la May non avesse deciso di anticpare le elezioni si sarebbe andati al voto appena un anno dopo. In ogni caso, il processo di fuoriscita dall’Unione Europea non sarà indolore e le conseguenze saranno comunque visibili in termini di “popolarità”: votando adesso, il governo di Londra non dovrebbe affrontare gli elettori prima del 2022 – quando la situazione potrebbe essersi già stabilizzata.

Benché la mossa non sia priva di rischi, vi sono almeno tre motivi per cui si può ragionevolmente ritenere che alla fine Theresa May vincerà la sua scommessa. Nonostante non sia mai stata “legittimata” dal voto, l’ex ministro degli interni è ad oggi considerata dai britannici la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Premier – a differenza del suo principale avversario, il leader dei laburisti Jeremy Corbyn. La dinamica si riflette anche sulle intenzioni di voto: facendo una media dei sondaggi più recenti, i Tories hanno più o meno 17 punti di vantaggio sul Labour. Inoltre, molte previsioni catastrofiche su investimenti e occupazione non hanno trovato totale conferma – almeno fino a questo momento – anche se bisogna sottolineare che l’uscita dal gruppo dei 28 è lontana dall’essere effettiva. Insomma, il futuro è un’incognita, ma con tutta probabilità il Regno Unito sceglierà di muoversi in linea con il voto dell’ultimo referendum, sperando che Bruxelles lanci al più presto un “salvagente”.

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