La “Nuova via della seta”: Pechino chiama Italia

Il 14 e 15 maggio la capitale cinese ha ospitato il primo Forum per la cooperazione internazionale interamente dedicato alla presentazione del progetto della “Nuova via della Seta” nel quale l’Italia potrà giocare un ruolo da protagonista

di Silvia de Maglie
su Twitter @sildema24

(fonte immagine: ilgiornale.it)

Non si rimane certo indifferenti al richiamo dell’espressione “Via della Seta”. Echi d’un tempo antico, ma ricco di colori e profumi quasi mitologici che riportano noi occidentali (ed italiani, innanzitutto) agli antichi fasti dell’Impero romano e dei suoi fiorenti scambi commerciali con quel non troppo lontano omologo cinese. Tessuti preziosi e sconosciuti nonché spezie colorate e forestiere vennero per lunghi secoli commercializzati su vie terrestri, fluviali e marittime, quelle stesse vie, e stesse suggestioni, che oggi la Cina è pronta a riproporre.

Gli scorsi 14 e 15 maggio, infatti, si è tenuto a Pechino il primo Forum per la cooperazione internazionale della Belt & Road Initiative, ossia la prima due giorni interamente dedicata al progetto della “Nuova via della Seta” (Belt & Road Initiative, BRI, o New Silk Road sono sinonimi del progetto One Belt, One Road, OBOR) un gigantesco piano cinese messo a punto nel 2013 con l’obiettivo di rilanciare gli scambi commerciali e culturali con il mondo intero (ma non solo).

Un pò di numeri. Fortemente voluto dal presidente Xi Jinping, il quale ha riunito attorno a sé ben 28 Capi di Stato e di Governo ed oltre 1.200 rappresentanti provenienti da 110 Paesi, la Nuova via della Seta interesserebbe il 38,5% della superficie geografica ed il 62,3% della popolazione mondiale in ben 65 Paesi complessivamente coinvolti. Queste dimensioni titaniche sono accompagnate da un non meno importante impegno economico: il valore complessivo del progetto ammonta a 1.400 miliardi di dollari, una cifra che il buon vecchio George Marshall all’indomani del secondo conflitto mondiale non avrebbe mai immaginato (dati: Banca Mondiale). Si pensi, infatti, che il famoso piano Marshall per il recupero dell’intera Europa piegata dalla guerra fu pari “solo” ad un decimo dell’attuale OBOR. Xi ha indicato quale data di compimento dell’opera il 2049, anno in cui ricorrerà il centenario della Fondazione della Repubblica popolare cinese.

Linee guida. Il progetto si articola lungo due direttrici: la creazione di un corridoio terrestre che unisca la Cina all’Europa attraverso l’Asia ed uno marittimo che sfrutti invece l’Oceano Indiano passando per l’Africa. I collegamenti via terra prevedono la realizzazione di reti autostradali, ferroviari nonché di un solido reticolato di sostegno fatto di reti in fibra ottica per collegamenti Internet, gasdotti, oleodotti e reti per l’energia elettrica. Tra i vari obiettivi vi sarebbe quello di percorrere con il treno la tratta Londra -Pechino in meno di due giorni. A sostegno di questi investimenti nel 2013 è stato istituito un apposito fondo il quale ha già potuto finanziare l’avvio di numerosi cantieri.

Obiettivi della Cina. L’ambizioso piano messo a punto da Pechino mirerebbe a trovare risposte ad una serie di problemi interni alla sua stessa Cina, come quello relativo allo smaltimento della proprie sovraccapacità industriali o alla necessità di migliorare la qualità dei propri prodotti  acquisendo know how straniero e alla necessità di diversificare le fonti energetiche (per approfondire vedi contributo di Giorgio Cuscito su Limes e focus di Sace). Ma non solo. La Cina ha ben chiaro l’obiettivo di disegnare un nuovo equilibrio negli assetti economico-politici globali. Con le nuove infrastrutture sarà più facile espandere la propria influenza sugli altri Paesi, sarà più veloce commercializzare beni e servizi d’ogni sorta e, pertanto, sarà possibile instaurare legami di fiducia con gli altri Paesi di modo da potersi guadagnare il ruolo di nuovo attore con pari attribuzioni degli Stati Uniti nel ring della supremazia mondiale.

Il ruolo italiano. Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni è stato l’unico leader del G7 ad esser presente al Forum. Al termine dei lavori ha mostrato soddisfazione per le parole del presidente Xi, che “ha confermato l’intenzione di inserire i porti italiani tra coloro sui quali investire in questo gigantesco programma di investimenti come terminali della Via della Seta”, ha riferito Gentiloni, “in particolare il potenziamento dei porti di Trieste e di Genova collegati al sistema ferroviario e autostradale che raggiunge il cuore ricco d’Europa non certo in alternativa al Pireo”. L’Italia, quindi, si conferma altamente attrattiva per via dei suoi due importanti porti, quello di Genova che aprirebbe la strada all’Europa più occidentale e quello di Trieste, che, invece, permetterebbe di collegare l’Europa centrale e Paesi Baltici.

Da non sottovalutare il riferimento al porto del Pireo (Grecia), recentemente acquistato dalla Cina per avere un veloce accesso alle acque del Mediterraneo e dotato di fondali dalla maggiore profondità capaci di accogliere tutte le navi porta-contanier. Gentiloni, sottolineando la non alternatività dei porti, pone l’accento sulla grande possibilità data all’Italia e sulla necessità di continuare ad investire nel settore navale per evitare brusche frenate. “È una notizia estremamente importante”, afferma al “The Medi Telegraph” (testata del Gruppo “Il Secolo XIX” specializzata nell’informazione del settore marittimo) Giampaolo Botta, direttore di Spediporto, l’associazione delle case di spedizione di Genova: “È una sfida che si vince non soltanto attivando investimenti sulle infrastrutture, ma anche con strumenti amministrativi e fiscali che rendano il nostro Paese attraente per gli investitori stranieri”.

Spediporto sta lavorando per realizzare una zona economica speciale (Zes) vicina al porto del capoluogo ligure in cui vorrebbe coinvolgere la Cina: “Le aree economiche speciali – dice Botta – sono state l’asse portante dello sviluppo economico della Cina. Sono uno strumento che conoscono e apprezzano e che può attirare investitori”. Con riguardo al porto di Trieste, Zeno D’Agostino, presidente di Assoporti e dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico Orientale, al medesimo giornale ha ricordato il ruolo chiave dei corridoi ferroviari creati in questi due anni «Le linee di treni per l’Europa orientale e centrale fanno di Trieste un ottimo luogo in cui investire”.

Piovono fondi dal cielo per tutti quei Paesi percorsi dalla Nuova via della Seta, soldi che non dovrebbero essere abbandonati a se stessi. Discorso che vale, ovviamente, anche per l’Italia la quale, a dir la verità, ha già usufruito del Silk Road Found nel processo di acquisizione di Pirelli da parte di Chem China. Il Bel Paese rappresenta per gli investitori cinesi una cerniera culturale tra oriente e occidente mediterraneo nonché, economicamente parlando, un porto nel quale approdare e contestualmente un’arteria attraverso la quale far continuare il deflusso dei scambi. Ma perché tutto questo possa realizzarsi, l’Italia non deve restare a guardare: occorre ampliare gli scali portuali e incrementare le reti infrastrutturali retroportuali e ferroviari nonché rendere il sistema uscente capaci di integrarsi in maniera semplice. Gentiloni, inoltre, ha reso nota la firma di un’intesa tra Cassa Depositi e Prestiti e sua omologa cinese, avvenuta proprio alla vigilia del Forum, per la creazione di un fondo di finanziamento per le PMI da 100 miliardi di euro testimoniando, pertanto, la crescente e costante collaborazione economica tra i due Paesi.

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