Sguardi d’autore, intervista a Francesco Dainotti: la Gekon Productions sostiene il cinema emergente

Dalla mission ai progetti futuri, dalla ricerca del talento al rapporto tra industria cinematografica e web. Ghigliottina incontra Francesco Dainotti, fondatore della Gekon Productions, casa di produzione attenta alle nuove proposte autorali

di Martina Zaralli
su Twitter @LaZetaDiMartina

Ghigliottina incontra Francesco Dainotti, fondatore della Gekon Productions, casa di produzione cinematografica che sostiene giovani emergenti in ogni fase della realizzazione dell’opera: dallo sviluppo alla promozione, valorizzando così nuovi sguardi d’autore capaci di incontrare i gusti di un pubblico sempre più eterogeneo.

Nata nel 2015, all’attivo ci sono Ultima Fermata, l’esordio dietro la macchina da presa di Giambattista Assanti, con Luca Lionello e Claudia Cardinale (pellicola che si è aggiudicata il Sanese d’oro come miglior film al 20° Terre di Siena International Film Festival, e una nomination ai David di Donatello 2016 per l’interpretazione della Cardinale come miglior attrice non protagonista), Il Contagio di Matteo Brotugno e Daniele Coluccini, con – tra gli altri – Vincenzo Salemme, Coco di Veronica Succi. E altre opere sono già in lavorazione.

Puntare su un cinema giovane e di qualità. Questa è la missione di Gekon Productions, che vuole coniugare la dimensione artistica con quella popolare. Come si può raggiungere questo obiettivo?
F.D.: Non è un obiettivo facile da raggiungere, ne sono consapevole, ma è la visione che ho io del cinema. Significa puntare ad un cinema autoriale, capace di valorizzare i giovani talenti senza, però, perdere di vista i fruitori finali di un film, il pubblico. Cercare di coniugare storie che raccontino le nostre vite, senza indurre nell’autoreferenzialità, con la capacità di sperimentare anche nuovi percorsi autoriali.

Sono da poco terminate le riprese de Il Contagio, basato sull’omonimo libro di Walter Siti. Storie di periferie come metafora dell’evoluzione della società.  È una metafora anche per la filiera dell’audiovisivo?
F.D.: Non è solo una storia di periferia. Il Contagio cerca di raccontare quanto simili siano diventati in questi anni il centro e le periferie, che non sono più solo luoghi geografici ma sono diventati territori fertili per una disumanizzazione sempre più crescente. Luoghi in cui tutto ciò che conta sono il potere e, di conseguenza, i soldi che si fanno per raggiungerlo, dove il cinismo sembra essere diventato una qualità, in un contagio continuo tra periferie e centro e viceversa.

Che rapporti ci sono invece tra industria cinematografica e web?
F.D.: Credo che sempre più, come si vede anche dalle polemiche di questi giorni tra Cannes e Netflix, la rete diventerà il nuovo modo di distribuire i film. In Italia, rispetto agli altri Paesi, siamo molto indietro in tal senso, ma credo che questo sarà un evento irreversibile con il quale l’industria cinematografica dovrà fare i conti.

Chiuso un set se ne apre un altro, quello de Il principe delle pezze, dell’esordiente Alessandro Di Ronza. Cosa è il talento oggi? Quali le caratteristiche per emergere?
F.D.: Credo che non si possa dare una definizione di talento. Il talento è una cosa che arriva ed esplode in tutti i campi e non credo che esistano delle caratteristiche predefinite per emergere. Certo, il talento bisogna nutrirlo, con lo studio, con la passione e con la voglia quasi maniacale di emergere. Ma emergere non per diventare “ricchi e famosi”, cosa che può comunque avvenire, ma per poter esprimere e mettere in atto le proprie idee, la propria visione del mondo, cercando sempre un confronto.

Progetti futuri?
F.D: Ho alcuni progetti futuri nel cassetto, come un film che ho scritto e che, al momento giusto, spero di poter produrre. Sicuramente, mi auguro di avere al più presto nuove collaborazioni con i fondatori di Kimerafilm, con cui ho già avuto una bellissima esperienza nella coproduzione del film Il Contagio e con i quali sono legato da una visione del mondo cinematografico molto simile.

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