“A mano libera”: racconti da dietro le sbarre

Da un progetto, tenuto nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, nasce “A mano libera, donne tra prigioni e libertà”, un libro in cui le detenute si raccontano, mettendo a nudo i propri sentimenti, scrivendo di emozioni e libertà

di Alessandra Bernardo
su Twitter @alebernardo79

Un laboratorio realizzato nella casa circondariale di Rebibbia a Roma, sezione femminile, iniziato a novembre 2016 e terminato a maggio 2017, porta alla realizzazione di un libro fortemente voluto e curato da Tiziana Bartolini e Paola Ortensi, grazie alla collaborazione dell’associazione Noi donne Tre Punto Zero, nata nel 2012 per promuovere i diritti umani, e del periodico Noi Donne, storica rivista dei movimenti femminili, fondato nel 1944. Un progetto ambizioso che termina, dunque, con la realizzazione di un’opera autobiografica, che narra le storie di donne detenute.

A mano libera, donne tra prigioni e libertà”, questo il titolo dato al lavoro, ha l’obiettivo principale di far conoscere il mondo della detenzione, e in particolare, di quella femminile attraverso l’auto narrazione delle sue protagoniste, che scrivono le loro esperienze di vita, dentro e fuori dal carcere. Un concentrato di parole e sentimenti raccontato da persone che hanno perso tutto.

Un mondo, quello delle carceri, fatto di solitudine e privazioni, percorsi di vita difficili e spesso fatti di incontri sbagliati,  a cui si contrappongono riflessioni esterne di donne libere sempre sul tema della libertà e della detenzione.

Le curatrici del libro hanno spiegato: “Siamo consapevoli delle differenze che ci sono tra chi ha avuto destini tanto diversi, ma pensiamo che l’essere donne ci accomuni molto più di quanto si immagini. Vogliamo anche sollecitare uno scambio tra il dentro e il fuori per far conoscere la detenzione delle donne e la complessità delle circostanze che le portano in carcere.

Il libro, articolato in brevi capitoli, è “Il risultato è un coro femminile di voci potenti che raccontano di drammi ignoti, scrive Agnese Malatesta nella prefazione, testi che esprimono vitalità e riscatto personale.

Sono racconti personali, carichi di sofferenze ma anche di forte speranza, storie di vite al limite terminate con la reclusione e l’ulteriore perdita di se stesse.

All’interno dell’opera vi è l’intervista alla giovane e attiva direttrice del carcere Ida Del Grosso che spiega come molte di quelle donne sono oggi detenute per reati legati alla dipendenza di una relazione affettiva violenta e non paritaria, molte per reati legati allo spaccio di droga. La direttrice racconta: “Le donne sono doppiamente vittime, molte sono succubi di personaggi maschili(padri, fidanzati, fratelli..) i loro reati sono riconducibili a queste relazioni affettive o familiari, non riescono a dire dei no che talvolta sarebbero fondamentali  per salvarsi.

Ida Del Grosso, nella sua intervista, affronta anche il tema della “rieducazione”, definendolo un po’ superato. “Il carcere deve aiutare a scoprire talenti che non si sapeva di possedere, a ricostruire la fiducia in se stesse”.

L’opera, dunque, è un concentrato di parole, emozioni e sentimenti esternati in maniera semplice e diretta, che proiettano nella dimensione carceraria che poco si conosce e alla quale si guarda sempre con un certo sospetto, si racconta di vite sbagliate e di donne che cercano un riscatto. Il risultato è assolutamente positivo, un lavoro utile e pieno di significati, attraverso il quale si riscopre il senso dell’umanità anche li dove si crede che non possa esistere.

Il libro, edito dalla cooperativa Libera Stampa, è diffuso in modo autonomo con un contributo indicato di 10 euro, copie e informazioni vanno richieste a redazione@noidonne.org.

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