L’infinito Roger Federer di inizio 2017

Dopo Australian Open e Indian Wells, a Miami è andato in scena il Federer-Nadal atto III del 2017 e ancora una volta il mondo della racchetta ha osservato con curiosità, stupore e piacere la rinascita di due campioni eterni con una classe unica e una forma fisica impressionante. E per lo svizzero contro lo spagnolo quest’anno è già tre su tre

di Sergio Basilio
su Twitter @TagoSergio23

Roger Federer con il trofeo del Masters 1000 di Miami (fonte immagine: rte.ie)

Non prendiamoci in giro e andiamo subito al sodo, non è stato solo un altro incontro di Tennis, non lo è più da parecchio tempo, quando i due signori che duellano a colpi di racchetta sono Roger Federer e Rafael Nadal. La sfida di due atleti per la conquista di un titolo si trasforma, divenendo qualcosa di più nobile e ancestrale, un rito, un passaggio dovuto, un regalo a noi spettatori terrestri di uno spettacolo che di terrestre ha ben poco.

L’incontro in se non è neanche tra i migliori, Rafa e Roger si mantengono su ritmi “normali” forse spossati dal caldo umido e torrido della bella Miami, ben altra storia fu la finale di due mesi fa agli Australian Open, quando la partita rimase in bilico fino al quinto set. E dopo il netto ko di Nadal negli ottavi di Indian Wells (6-2 6-3), anche nel secondo Masters 1000 della stagione, il controllo del match è sempre rimasto nella mano salda dello svizzero, che ha portato il maiorchino dove voleva e lo ha battuto 6-3 6-4 in 1 ora e 34 minuti di gioco, tra colpi sempre ai limiti dell’intelletto umano e qualche errore di troppo dello spagnolo.

Ciò che colpisce, ancor prima dei tocchi pregiati e i pallonetti impossibili, è la stupefacente forma fisica che entrambi i giocatori hanno messo in mostra in questo inizio 2017, come se fossero rinati dopo anni di ombre (e infortuni) e poche luci. Sono tre le principali caratteristiche che servono per costruire tali imprese:

La resistenza di sopportare i ritmi che impongono gli avversari e il caldo inevitabile di Miami; la classe, mai in declino che aiuta nei momenti in cui si è sotto nel risultato, con dei colpi impensabili che buttano giù il morale degli avversari; la fame insaziabile e intramontabile di vittorie.

Fabio Fognini (fonte immagine: gamesetmatch.it – Mandatory Credit: Jayne Kamin-Oncea-USA TODAY Sports)

Il torneo ha anche regalato le sue emozioni, probabilmente si è visto il miglior Fabio Fognini di sempre, che ha giocato bene usando la testa, non cedendo alle pressioni da prestazione contro i grandi avversari, riuscendo a mantenere un equilibrio che spesso, in passato, veniva oscurato dalla rabbia incontrollata.

A suon di gran colpi il ligure si è spianato la strada sino alla semifinale (divenendo così il primo italiano a raggiungere un risultato di questo genere in un Masters 1000 sul cemento, eguagliando la sua semifinale sulla terra rossa di Montecarlo 2013) buttando fuori anche nomi interessanti (Harrison, Joao Sousa, Young e Nishikori) per poi inginocchiarsi, a un passo dalla finale, davanti alla forza bruta di Nadal (6-1 7-5), che dal canto suo aveva fatto un percorso perfetto eliminando Sela, Kohlschreiber in rimonta e disputando la partita numero 1.000 in carriera (undicesimo tennista nella storia a farlo), Mahut negli ottavi e Sock ai quarti. Persa la finale contro Federer il maiorchino ai microfoni ha annunciato che giocherà tutti i prossimi tornei perché sta benissimo (e si vede) e perché se è arrivato a sfiorare due dei tornei più importanti sul cemento, farà sicuramente meglio sui campi in terra rossa che verranno da adesso fino al Roland Garros e poi fino a Wimbledon.

Federer, invece, ha sfoggiato durante il torneo la sua perfetta condizione fisica (e mentale) eliminando in ordine Tafoe, Del Potro, Bautista Agut, Berdych in un match bellissimo e Kyrgios in semifinale nella partita  più bella del torneo, dove l’australiano (probabile fenomeno dei prossimi anni) ha provato in tutti i modi a mettere il campione svizzero con le spalle al muro, soprattutto con un colpo a effetto sotto le gambe che ha fatto il giro del mondo.

Rafa Nadal (fonte immagine: zimbio.com)

Ma non c’è stato nulla da fare: gli dei del Tennis volevano ancora “quella” finale e per fortuna l’abbiamo avuta. Federer non raggiungeva l’atto conclusivo di Miami dal 2006, quando sconfisse Ivan Ljubicic, suo attuale allenatore e dopo aver alzato la terza coppa scintillante dell’anno (dopo la finale con Nadal agli Australian Open e il successo contro Stan Wawrinka agli Indian Wells). Ai microfoni lo svizzero ha annunciato di volersi prendere qualche mese di tempo (saltando anche Roma tra le possibili tappe) per recuperare le forze in vista di Roland Garros e Wimbledon, come a dire, ne vedremo ancora delle belle anche perché visto lo strepitoso inizio d’anno, per Federer sarebbe un peccato non vederlo in campo contro i numeri uno (sulla carta) Djokovic e Murray.

Ancora una volta, tra i due, ha vinto Federer, per la terza volta consecutiva in questo 2017 (in finale degli Australian Open e agli ottavi del Indian Wells), ma questo importa fino a un certo punto, perché il rito è stato compiuto ancora una volta, abbiamo avuto ancora una volta come regalo il must delle finali, un evento che trascende la semplice passione tennistica per raggiungere i campi dell’etica, della favola, della letteratura per rimanere lì, in bilico tra lo sport e il divino che tanto ci piace. È un evento e come tale va celebrato e glorificato con la speranza di poterne vedere ancora tanti di incontri così, per poter dire sempre più volte, ai posteri che verranno, che “quando Federer e Nadal si affrontavano a suon di colpi, Io c’ero”.

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