Il M5S alla prova territoriale delude. Ma è vera débâcle?

Crescita lenta, ma inesorabile […]. Illudetevi che sia così per dormire sonni più tranquilli”. Scrive perentorio Beppe Grillo, leader del M5S, sul suo blog all’indomani del voto per le elezioni amministrative dello scorso 11 giugno. È la prima voce – ed unica – a levarsi dopo i dati ufficiali del Viminale, un avvertimento in pieno stile 5 stelle e un compiacimento per un risultato – in realtà – discutibile

di Silvia de Maglie
su Twitter @sildema24

Federico Pizzarotti

Sono stati ben 9 milioni gli italiani che si sono recati alle urne la scorsa domenica per l’elezione del proprio sindaco e la fotografia che tutti insieme ci hanno consegnato ha contorni niente affatto definiti. Per introdurre l’analisi dell’andamento del Movimento 5 Stelle riportiamo qui tre casi: a Mira (VE), primo Comune conquistato dal M5S nel 2012, la candidata pentastellata si è fermata al terzo posto rimanendo fuori dal ballottaggio; a Palermo è schiacciante (si precisa che per la Sicilia si ottiene al maggioranza con il 40% dei voti) la vittoria di Leoluca Orlando, rieletto sindaco per la sesta volta; a Parma l’espulso Federico Pizzarotti si è confermato primo alla prova delle urne accedendo al secondo turno e lasciando al candidato grillino un misero 3%.

Mentre per Mira la sconfitta è carica per lo più di valore simbolico, per gli altri due casi, invece, messo al bando il romanticismo, il peso della disfatta assume un significato politico non indifferente: Beppe Grillo si era recato personalmente nel capoluogo siciliano a sostegno, nel breve termine, del candidato Ugo Forello e, soprattutto, in vista delle elezioni regionali del prossimo 5 novembre, suggello che spera di apporre nella Regione col più elevato numero di Comuni amministrati a 5 Stelle. A Parma, invece, il Movimento lottava per un’elevatissima causa sintesi di ideologia e politica: vincere sul candidato Pizzarotti, primo (ed unico) presidente di provincia dapprima stellato, poi estromesso e diventato importante voce critica e d’opposizione, avrebbe rappresentato uno smacco dal sapore gradevolissimo. Ma così non è stato.

Dei 23 capoluoghi di provincia al voto, sono ben 22 quelli che il prossimo 25 giugno andranno al ballottaggio (unica eccezione, si è detto, è Palermo) e di questi al Movimento antisistema è stato riconosciuto l’accesso solo per la città di Asti. Nulla di fatto, quindi, per i centri identificati quali maggiori sia per popolazione che per interesse come la “superba” Genova, città natia di Grillo, o la violata Taranto, alla ricerca di un riscatto ambientale, tema da sempre giocoforza dei grillini.

Alla prova dei territori, secondo i dati elaborati dall’Istituto Cattaneo, il M5S non riesce a giocarsi la partita: il moltiplicarsi della presenza di attivisti locali e la visibilità nazionale non sono bastati a raccogliere voti necessari per poter andare quantomeno oltre la percentuale di votanti raccolta nel 2012 e pariall’8%. Eppure, secondo l’ultimo sondaggio elettorale pubblicato proprio alla vigilia del voto, il gradimento degli elettori 5 stelle pareggiava quello dei sostenitori PD. Cosa è successo?

A livello locale, il voto degli elettori si gioca con le carte della fiducia/non-fiducia che si ripone nella singola persona, ragion per cui si registra un boom di liste civiche con candidati provenienti dall’imprenditoria o dalle professioni. Più che i grandi temi o le battaglie d’Aula, il cittadino, spesso abbandonando la “fede” politica, sceglie in base a cosa e quanto quel candidato possa nel concreto dare alla città esprimendo non un voto di ribellione, ma un voto di costruzione. L’amministrazione della città è cosa vicina e concreta, quella dello Stato è, invece, considerata talmente lontana ed iniqua da rendere possibile (e giustificabile) un voto di protesta capace di ribaltare la composizione delle supreme stanze decisionali. Quindi, il possibile cortocircuito potrebbe rilevarsi nel fatto che il del Movimento 5 Stelle ha presentato candidati sindaco considerati dai cittadini non credibili? Dalle stesse fila interne al Movimento avanza questa accusa.

Chiara Appendino (a sinistra) e VIrginia Raggi (a destra), sindaci di Torino e Roma

A livello politico una serie di errori non hanno, senza dubbio, giovato alla causa. Il caso Cassimatis, ad esempio, ha fatto emergere una contraddizione sin dagli esordi denunciata: sconfessare la candidata vincente alle “comunarie” al suon di “fidatevi” è stata una scelta tradotta come grave vulnus al sistema democratico interno sin da principio sbandierato con il motto “è il popolo che decide”.

Non solo, pochi mesi fa, gli europarlamentari pentastellati hanno cercato di traslocare dal gruppo anti-europeista Ukip al gruppo ultraeuropeista Alde, ma da questi sono stati frenati, la manovra oltre ad esser fallita è stata giudicata anche poco razionale. Il Movimento anti-sistema, inoltre, ha manifestato chiari segni di normalizzazione sul palco dell’agone politico siglando un patto a quattro sulla legge elettorale con il Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord, considerato di per sé avulso dagli esternalizzati dettami, e salvo poi venir meno al patto stesso tramite un voto segreto/non-segreto contrario a quanto stabilito. E, senza dubbio, non hanno certo contributo all’orientamento al voto le prime due grandi esperienze di governo locale: i molteplici inciampi giudiziari della giunta capitolina a guida Virginia Raggi, e sue incompiutezze amministrative, e la deludente prova di Chiara Appendino a Torino, con i fatti di Piazza San Carlo proprio a pochissimi giorni dalla prova elettorale.

Il Movimento 5 Stelle, dopo una prima fase di ascesa, ha incassato una battuta d’arresto dai più – si intendono gli oppositori – già fenomenica di una galoppante débâcle, ma non ne sarei così sicura. Rimane il dato, infatti, che secondo ogni proiezione elettorale alla prova dei seggi nazionali il faccia a faccia con il partito di maggioranza resta sempre molto vivace e sottovalutare questo aspetto sarebbe un grave errore politico. Non solo, contestualmente all’andamento negativo dei risultati elettorali penstastellati si è registrato un vigoroso ritorno delle forze politiche di destra o, meglio, di estrema destra come Lega Nord e Fratelli d’Italia, partiti caratterizzati da una dialettica populista ed anti establishment che in tempi di crisi socioeconomica (e presunta identitaria) riescono a confortare quel bacino di elettori fiduciati dal corso della politica.

È di questi giorni la notizia di una lettera inviata da Virginia Raggi al prefetto in cui chiede una moratoria all’accoglienza di migranti a Roma ed ancora meno ore sono passate dalla scelta del gruppo parlamentare grillino di astenersi dal voto al Senato sullo “Ius soli” che, è noto, vale come voto negativo. Si tratta di cavalli di battaglia sì di destra, ma anche inneggianti chiaramente al populismo: non è che il M5S, conscio della profittabilità di queste campagne, stia ricaricando le pile di un elettorato deluso e sfuggente con una virata dai già chiari esiti positivi? Il cambio di rotta è evidente perché repentino e non può certamente far dormire sogni tranquilli.

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